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Economia

Che all’Italia serva un governo in carica è sempre più evidente dalla serie di problemi che si stanno accumulando anche, ma non solo, in campo economico. L’ultimo in ordine cronologico riguarda la Tares, ossia la nuova imposta comunale sui rifiuti e sui servizi che dal primo gennaio ha sostituito la Tarsu (tassa per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani) e la Tia (tariffa di igiene ambientale).

Dopo che in gennaio il Parlamento aveva in extremis fatto slittare il pagamento della prima rata da aprile a luglio, il decreto preparato nei giorni scorsi dal ministero dell’Ambiente per “ripescare” per il 2013 le vecchie imposte e far slittare di dodici mesi l’introduzione della Tares è stato bocciato dal Consiglio dei ministri.
Così ci si trova nella situazione, paradossale, che da un lato il parlamento ha fatto slittare la riscossione del tributo a cui sono legati gli incassi delle aziende incaricate del servizio di raccolta e smaltimento dei rifiuti in tutta Italia, dall’altra le aziende stesse dovrebbero di fatto lavorare “gratis” per almeno sei mesi, col rischio o di rimanere strozzate da una crisi di liquidità, o di scaricare a loro volta il problema sui lavoratori dilazionando il pagamento degli stipendi.

Se a favore della proroga si era espresso in gennaio un fronte molto ampio che oltre a molti parlamentari, specie del Pd, aveva visto l’adesione delle associazioni delle imprese del settore (Federambiente e Fise-Assoambiente), dei sindaci e dei sindacati (da Cgil Funzione pubblica alla Cisl, dalla Uil Trasporti a Fiadel, il sindacato autonomo dei dipendenti degli enti locali) ora, in una lettera congiunta al governo, imprese, sindaci e sindacati hanno ribadito che è “a rischio la sopravvivenza delle imprese del settore” e “la salvaguardia degli attuali livelli occupazionali”.

Morale della favola: in un momento di crisi economica, con una dura stretta del credito in corso da tempo e che non potrà allentarsi tanto presto, una “regalia elettorale” varata per indorare la pillola agli italiani, rischia ora di aprire una voragine nei conti delle aziende coinvolte e mettere a rischio migliaia di posti di lavoro, quando sarebbe bastato decidere o di non rinviare il pagamento della nuova imposta o di rinviarlo di un anno mantenendo in vigore i precedenti tributi, semmai approfittando di quest’anno per spalmare più gradualmente l’incremento dell’imposizione.

Siamo così di fronte all’ennesimo caso di “distorsione cognitiva” e probabilmente non sarà l’ultima. In una stagione decisamente poco felice per l’economia italiana sarebbe stato il caso di pensarci bene prima o di essere in grado, rapidamente, di porvi rimedio poi. Ecco perché serve un governo e che sia saldo e in grado di operare razionalmente per il bene del paese senza farsi condizionare da suggestioni e umori “di piazza” di qualsivoglia natura. O a pagare saranno ancora una volta gli italiani.

Luca Spoldi

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