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Economia
Fondi in P&G, Nestlè e Danone. Le "locuste" di Wall Street tornano in Europa

Se Nestlé non avesse investito a lungo termine, non avrebbe mai lanciato Nespresso”. Peraltro neppure gli investitori attivisti americani sono infallibili. Lo stesso Loeb, che nel 2012 forte di un 5,8% di capitale, chiese e ottenne un posto nel Cda di Yahoo!, rivelando come l’allora Ceo Scott Thompson non avesse mai preso una laurea in informatica come si credeva (Thompson si dimise 10 giorni dopo) ed ottenendo il riacquisto della sua partecipazione da parte di Yahoo! per 1,6 miliardi di dollari, non è riuscito a fare il bis con Sony. Nel gruppo giapponese Loebb aveva investito 1,4 miliardi rilevando il 7% del capitale, per poi prororre lo scorporo del business elettronico da quello dell’intrattenimento.

wall street
 

Un anno dopo la società giapponese, dopo il sesto bilancio in rosso in sette anni, annunciò la vendita delle attività legate ai Pc a Japan Industrial Partners e scorporò le attività di produzione di televisori. Anche se il titolo restava su valori inferiori a quelli ai quali era entrato, pochi mesi dopo Loeb preferì uscire di scena dichiarando polemicamente che il gruppo aveva ancora “molta strada da fare” e che era necessaria “una maggiore rapidità per risollevare le fortune dell’azienda”. Una parziale rivincita Loeb l’ha ottenuta lo scorso anno, con Seven and I Holdings, società di controllo del gruppo giapponese 7-Eleven, il più grande gestore di minimarket al mondo.

All’epoca il Cda della holding stava pensando di sostituire Ryuichi Isaka, già a capo della controllata Seven-Eleven Japan, tuttavia Loeb raccomandò Isaka come successore di Toshifumi Suzuki, all’epoca presidente e Ceo della holding. Dopo un duro scontro in Cda con Loeb Suzuki rassegnò le dimissioni e Isaka ottenne la poltrona, con la missione di rafforzare i margini di profitto del gruppo. Gli investitori attivisti, insomma, sono degli ossi duri per il top management ma non sono necessariamente della cavallette (sono anche detti fondi "locusta") che mirano a spolpare le società “prede”.

Il fatto che abbiano già ottenuto molti successi a Wall Street e che la nuova regolamentazione del mercato americano (dove le società possono far uso di “pillole avvelenate” e azioni con differenti diritti di voto) ne abbia limitato la capacità d’azione li spingerà sempre più alla ricerca di nuovi obiettivi anche in Europa: siamo sicuri che sia davvero un male, visto il declino della produttività a cui il vecchio continente (e l’Italia in particolare) è andato incontro almeno nell’ultimo decennio? In realtà il giudizio è ancora contrastante.

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