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Generali, le tensioni sulla governance fanno male al titolo

Il mercato “snobba” le buone performance del Leone: a pesare, secondo gli analisti, il tema governance. E c’è chi già spinge verso una cesura con il passato

Generali, le tensioni sulla governance fanno male al titolo
Philippe Donnet Francesco Gaetano Caltagirone Leonardo Del Vecchio

Come mai il mercato ha snobbato le buone performance di Generali nel primo semestre 2021? Una compagnia assicurativa che riesce a realizzare oltre un miliardo e mezzo di utili nei primi sei mesi dell’anno, dopo un 2020 che ha inevitabilmente lasciato dei segni sull’intero comparto dovrebbe letteralmente decollare. E invece no. Perché?

Secondo gli analisti di Intermonte le pressioni di alcuni azionisti “di peso” per modificare la composizione del cda e, soprattutto, per sostituire il ceo Philippe Donnet stanno facendo da “tappo” alle possibilità di crescita del titolo. Tant’è che la società d’intermediazione ha già rivisto al ribasso il suo target price, portandolo da 19,2 a 18 euro per azione. Attualmente siamo intorno ai 16,6 euro.

E il motivo viene scritto nero su bianco sul report depositato il giorno dopo la presentazione dei risultati semestrali. Partiamo dalle note positive: “Generali – si legge – ha performato bene da inizio anno e ha iniziato a soffrire da quando il rinnovo del cda si è scaldato. Riteniamo che l’attuale Ceo Donnet abbia conseguito buone prestazioni operative e negli ultimi 12 mesi il titolo abbia recuperato parte della sottoperformance rispetto ai concorrenti europei”.

Ma ecco il “j’accuse” di Intermonte: “Riteniamo che alcuni azionisti stiano spingendo per accelerare la crescita esterna e potrebbero voler cambiare il top management. In questo contesto riteniamo improbabile una sovraperformance del titolo nonostante i multipli di settore poco impegnativi e la visibilità sul dividend yield a partire dalla distribuzione di 0,45 euro per azione nel quarto trimestre. La governance resta un tema aperto e può limitare la performance del titolo. La conferma di Donnet non è certa, ci sarà molta attenzione su ciò nei prossimi mesi, distraendoci dalla performance operativa”.

In sostanza, la Sim avverte: qualsiasi decisione verrà presa che non contempli la riconferma del manager francese provocherà inevitabili turbolenze. Il problema è anche nelle tempistiche: formalmente il cda scadrà ad aprile del prossimo anno, tra esattamente 8 mesi. Un tempo lunghissimo per un’azienda vitale come il Leone.

Dunque, qualsiasi decisione verrà presa sul futuro del board e del ceo, dovrà avvenire entro il 27 settembre, data del nuovo cda che è stato appositamente convocato per discutere della governance. Anche perché a dicembre è prevista la presentazione del nuovo piano industriale. Per allora, qualsiasi tematica di governance dovrà necessariamente essere stata risolta.

Secondo quanto risulta ad Affaritaliani.it sarebbe soprattutto Francesco Gaetano Caltagirone a voler operare una cesura netta con il passato. Lui, che è il secondo azionista del Leone dopo Mediobanca, vorrebbe più peso nel cda e un management più “aggressivo” soprattutto in materia di m&a. Leonardo Del Vecchio, la famiglia Benetton e la Cassa di Risparmio di Torino sono al momento meno in prima linea, ma attendono che siano gli altri a fare le prime mosse per poi decidere come comportarsi di conseguenza. Da qui al 27 settembre mancano ancora più di 50 giorni. Può ancora succedere di tutto.