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Economia
Generali, Zurich: non siamo interessati. Quei Btp che fanno paura ai rivali

Ciò che rende Generali un “asset strategico” per la politica romana è uno dei motivi, se non “il” motivo per cui il gruppo triestino ha fatto finora la fine della bella figlia di buona famiglia (che tutti corteggiano, ma nessuno si piglia)? A pensar male si fa peccato, ma a volte ci si becca: il gruppo guidato da Philippe Donnet a fine 2019 su 329 miliardi di investimenti a reddito fisso possedeva 176 miliardi di titoli di stato, per oltre 60 miliardi rappresentati da titoli italiani. 

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Siccome l’Italia, sino alla decisione della Bce di ignorare almeno fino a quando la crisi scatenata dal Covid-19 non sarà alle spalle le regole della “capital key” e i requisiti di qualità dell’emittente (rating non inferiore “investment grade”) che valevano fino a gennaio scorso, ha corso il rischio di vedere il proprio debito declassato a “junk” dalle principali agenzie di rating mondiali, questo ha sinora reso poco appetibile il gruppo triestino agli occhi dei suoi competitor europei come Axa, Allianz o Zurich molto più che non eventuali dubbi sull’andamento del business (che incrociando le dita dovrebbe risultare “resiliente” anche a fine anno). Fonti finanziarie vicine all'elvetica Zurich confermano infatti ad Affaritaliani.it che a nella compagnia dell'ex Generali Mario Greco"non c'è alcun interesse per la compagnia triestina". Mentre da Axa, intepellati sul tema, arriva un "no comment". 

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Solo il cambio di “policy” della Bce (e la proposta della Commissione Ue di varare un Recovery Fund di cui l’Italia sarà in ogni caso la principale beneficiaria) ha fatto sì che un mese fa S&P, Moody’s e Dbrs “graziassero” la Repubblica Italiana, confermandone il merito di credito (mentre Fitch l’ha tagliato a “BBB-”, appena un notch sopra il livello “junk” ma con outlook stabile). Ma essendo la decisione della Bce reversibile in futuro e il Recovery Fund ancora incerto come tempi e ammontare, questo difficilmente può aver ancora contribuito a scatenare appetiti oltre frontiera, con buona pace dei timori più volte espressi dalla politica circa eventuali “perdite di controllo” di asset strategici del sistema finanziario tricolore.

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Del resto, è il ragionamento che fanno alcune fonti della City milanese interpellate da Piazza Affari, non è facile smontare una posizione in titoli di stato tricolori come quella di Generali, che rispetto a 3 anni fa (quando Intesa Sanpaolo aveva provato a dare l’assalto a Trieste) è stata “limata” di una decina di miliardi scarsa, anche per preservare una buona redditività di portafoglio, non fosse altro che per le polemiche che si leverebbero immediatamente. Basti ricordare le reazioni sdegnate di politica e stampa quando a inizio anno Commerzbank consigliò agli investitori di alleggerire l’esposizione in titoli di stato tricolori.

Oppure l’indagine aperta dalla Procura di Trani nel 2016, poi trasferita a quella di Milano, per la presunta manipolazione di mercato in relazione alla vendita, nel 2011, di circa 7 miliardi di euro di titoli di stato italiani da parte dei Deutsche Bank (su 8 miliardi detenuti inizialmente). Vendite che avvennero in concomitanza con la crisi per il debito sovrano che fece precedette la caduta (nel novembre del 2011) del governo Berlusconi, cosa che fece gridare allo scandalo una parte del mondo politico ma che finora non ha portato ad alcuna condanna, ma tant’è. Cosa accadrebbe se un domani Allianz (piuttosto che Axa o Zurich) provassero a fondersi, ossia a rilevare, data la marcata differenza di capitalizzazione, Generali e decidessero di ridurre l’esposizione al rischio-Italia? 

D’altra parte, continuare a mantenere “in pancia” 60 miliardi di euro di titoli italiani espone Generali (ed ogni suo potenziale acquirente futuro) ad un rischio non trascurabile. Come più volte confermato dal top management di Trieste, ogni aumento dello spread Btp-Bund di 100 punti base  (l’1%) fa calare di 12 punti base il Solvency II ratio, ossia l’indice di solvibilità delle imprese assicurative che l’Ivass sta monitorando settimanalmente, a livello di gruppo (e di 34 punti base quello a livello di Generali Italia).

Il Solvency II ratio secondo la Relazione sulla Solvibilità e Condizione Finanziaria a fine 2019, quando lo spread era attorno all’1,35%, era pari al 214% mentre oggi, con uno spread attorno all’1,95%, dovrebbe essere intorno al 206%-207% (dal 200% del 6 marzo scorso, in piana crisi dei mercati). Per ora si tratta di livelli robusti, ma se la tensione dovesse tornare a salire sull’Italia e sul suo debito pubblico, e magari Eiopa (l’authority che raggruppa le authority assicurative europee) dopo aver a lungo discusso decidesse di non “ammorbidire” i criteri Solvency II, Generali potrebbe soffrire, nella relativa indifferenza dei suoi potenziali corteggiatori in realtà poco o punto interessati ad eventuali fidanzamenti “al buio”.

 

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