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Economia
Crescita, quel sole che non si leva in Giappone. Fare affari sul Nikkei


A guardare l'andamento dell'indice Nikkei225 della borsa di Tokyo, che da inizio anno segna un rialzo del 7,15%, sostanzialmente allineato a quello del Dow Jones (+7,55%) si potrebbe pensare che l'economia giapponese abbia di fronte a sé prospettive esaltanti tanto se non più di quella americana. Ma la decisione del premier Shinzo Abe di sciogliere le camere e indire elezioni anticipate per la fine dell'anno, rinviando il previsto incremento dell'Iva dall'8% (cui era stata portata lo scorso aprile con un aumento di 3 punti percentuali) al 10% e di promettere un supplemento di budget, ossia di spesa pubblica, che gli analisti prevedono potrà risultare tra i 3.000 e i 4.500 miliardi di yen (dai 20 ai 30 miliardi di euro) la dice lunga sulle difficoltà che sta attraversando il paese, il cui Prodotto interno lordo è a sorpresa calato nel terzo trimestre dell'anno dello 0,4% rispetto ai tre mesi precedenti, ovvero dell'1,6% su base annualizzata (contro un'attesa per un incremento del 2,1% annualizzato, ovvero dello 0,525% rispetto al secondo trimestre).

 



Perché la "Abenomics", la politica "neokeynesiana" su cui Abe ha puntato per scuotere un paese che salvo lo scorso anno (quando il Pil segnò +1,6%, peraltro deludendo largamente le attese che parlavano di +2,8%) è dal 2007 che non è più riuscito a crescere, doveva basarsi su tre "frecce": stimoli fiscali, aumento della massa monetaria e liberalizzazioni. Ma di queste solo la seconda è stata usata pienamente, con la Bank of Japan che si è impegnata a stampare moneta furiosamente, attraverso un "quantitative easing" che dagli iniziali 50.000 miliardi di yen è stato portato a fine ottobre a 80 mila miliardi di yen (ossia 545 miliardi di euro contro i 340 miliardi iniziali), non appena gli stimoli fiscali sono cessati (col primo incremento dell'Iva di aprile) la macchina ha iniziato a rallentare. Mentre di liberalizzazioni non se n'è vista sostanzialmente traccia.

Il Giappone, mentre tratta (ormai dal 2005) con gli Stati Uniti e i principali partner commerciali asiatici per arrivare a varare il Trans Pacific Partnership, un'area di libero scambio che interesserebbe 12 stati dal Vietnam  al Messico, ma terrebbe fuori la Cina (e Hong Kong), non sta minimamente provando a rimuovere le protezioni di cui godono agricoltori e allevatori giapponesi (che costituiscono la base elettorale tradizionale del partito di Abe), mentre il deficit continua a pesare per circa il 10% del Pil e il debito pubblico è tuttora sopra il 200% del Pil pur "costando" mediamente appena lo 0,4% di interessi annui, cosa che consente al Giappone di sembrare per ora un caso meno grave dell'Italia dove il debito pesa "solo" il 132% del Pil ma costa circa dieci volte tanto.

Per non parlare del fatto che mentre persino in Italia si sta provando a liberalizzare (bene, male o parzialmente si vedrà) il mercato del lavoro, in Giappone non se ne parla proprio, con tutto quello che ne consegue in termini di progressiva perdita di competitività che non può essere recuperata pienamente dalla svalutazione dello yen (anche a causa delle frizioni che tale svalutazione comporta nei confronti dei partner internazionali del Sol Levante) e che il quadro demografico resta critico, essendo il Giappone il paese più vecchio al mondo (subito prima dell'Italia) ed essendo già incominciato il calo dei residenti, dopo il picco massimo del 2008 (128 milioni di abitanti), che le proiezioni vedono destinato a proseguire almeno fino al 2050 col paese che dai 127 milioni attuali tornerà sugli 87 milioni, un terzo dei quali ultrasessantacinquenni.

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