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Economia
Google, Facebook ed Apple ci spiano. Arrivano le multe miliardarie dell'Europa

Chi la conosce bene dice, nei corridoi dell'Antitrust europeo, che sia più austera di Mario Monti. La nuova commissaria alla Concorrenza Margrete Vestager starebbe, secondo quanto rivela il Wall Street Journal (indiscrezioni che trovano conferma a Bruxelles), per passare alla storia per l'ammontare di una sanzione comminata dall'Antitrust comunitario alle Big Corp che hanno il vizietto di falsare carsicamente il mercato, attuando pratiche lesive della concorrenza. Quasi due miliardi di euro, 1,7 per l'esattezza (l'italiano Monti presentò a Bill Gates un conto da 500 milioni), il 10% del fatturato di Google comminata al motore di ricerca di Mountain View che governa il 90% delle ricerce operate sul web dagli internauti europei.

Ma cos'è che starebbe per far scattare la mannaia finanziaria di Bruxelles e che rischia di far finire a stretto giro sul bancone degli imputati con analoga sorte anche Facebook e gli altri colossi di internet che rientrano nella grande famiglia dei Big Data? Nel mirino del mastino Vestager c'è il potere delle piattaforme globali che ormai gestiscono milioni di informazioni dei cittadini europei, attività che rischia di esser lesiva della privacy dei consumatori e delle aziende, dati che possono esser usati anche per falsare la concorrenza nella guerra fra colossi Internet scalzando i concorrenti dal mercato. Secondo il Financial Times, la Commissione europea avrebbe acceso un faro sugli accordi che Apple sta stringendo con le etichette discografiche in vista del lancio del nuovo servizio di streaming musicale, accordi che potrebbero finire per scalzare il nascente potere di Spotify e Deezer.

Facebook, invece, che vuole lanciarsi anche nel mondo dei servizi finanziari, facendo da intermediario e cioè mettendo in correlazione persone ad alto reddito in grado di effetuare il servizio di lending (presititi) a utenti che, al contrario, di soldi ne hanno bisogno, sfrutterebbe non solo le informazioni carpite dai singoli profili, ma anche i cookies rilasciati dagli utenti internet durante la loro navigazione. Un tracciamento che, spiega un recente studio commissionato dalla Commission for the Protection of Privacy (autorità per la protezione dei dati personali in Belgio) ad un pool di centri di ricerca universitari belgi, non si limiterebbe soltanto agli iscritti, ma anche agli utenti fuori dal perimetro della sua piattaforma pure fino a due anni.

Il sistema, utilizzato anche da Google e che non piace alla commissaria europea perché rischia di nascondere pratiche aggressive di lesione della privacy e fornisce su un piatto d'argento l'opportunità per falsare il mercato, è quello dei cookie rilasciati dagli internauti sulle varie pagine visitate sulla Rete. Nel caso di Facebook, il grosso problema sono i circa 13 milioni di siti con i tasti “mi piace” e “condividi” che interagiscono attivamente con il browser dell’utente, inviando i cookie traccianti anche se i bottoni non vengono neanche sfiorati. Basta visitare la pagina che li contiene e il gioco è fatto.

Resta poi aperto, sempre in Europa, la gestione della localizzazione delle sedi delle Big Corp statunitensi del web per sfruttare i buchi nei sistemi fiscali europei e pagare così meno tasse. Una pratica che, stando a quanto si vocifera a Bruxelles, le autorità sarebbero decise a terminare, dopo singole azioni sparse all'interno del Vecchio Continente.

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