La vittoria di Syriza e la rapida formazione di un nuovo governo, con la nomina di un economista “di sinistra” ma non troppo (è stato tra i ghost writer di tematiche economiche dell’ex premier Georges Papandreou) come Yanis Varoufakis, aumenta o diminuisce i rischi di una uscita di Atene dall’euro e di contraccolpi per altri paesi dell’eurozona a cominciare dall’Italia? Per il momento si direbbe che ad aumentare sia stata soprattutto la confusione, con una curva dei tassi sempre più elevata e invertita tanto che i bond a 2 anni sono arrivati a rendere il 17,5% contro l’11% dei titoli a 10 anni (segnalando un alto rischio di recessione e forse di nuovo default) dopo primi provvedimenti e dichiarazioni che hanno lasciato perplessi i mercati, tra stop alle privatizzazioni, annunci di rivalutazioni delle pensione e riassunzione dei dipendenti pubblici licenziati e rassicurazioni che Atene non vuole rompere con la “troika” Ue-Bce-Fmi.
Non potrebbe essere diversamente visto che è appena iniziata una partita che ha come posta in gioco non solo e non tanto i 240 miliardi di aiuti che Atene ha ricevuto dalla troika stessa con due successivi “bailout”, ma lo stesso futuro dell’euro inteso come valuta unica. La miopia politica che ha accompagnato i programmi d’aiuto, infatti, ha sprofondato la Grecia una crisi che ha pochi precedenti, con un Pil crollato dai 341,6 miliardi di euro del 2009 ai 241,7 miliardi che secondo le ultime stime dovrebbero essere stati segnati l’anno passato, come dire 100 miliardi l’anno di minore ricchezza creata per via di una recessione che la repressione fiscale voluta dalla Germania e dai suoi alleati ha certamente contribuito a materializzare in misura superiore alle attese.
Aggiungete che il Pil greco è costituito per il 59% da spesa pubblica, che il deficit viaggia sul 12,2% dello stesso, che il debito pubblico era pari a 320 miliardi di euro a fine 2013, quando il debito/Pil era pari al 156,9% (mentre ora dovrebbe essere risalito attorno al 174,9% con un debito che avrebbe superato i 330 miliardi) e capirete perché anche a Berlino (e a Bruxelles) sanno benissimo che semplicemente una buona parte dei prestiti versati non torneranno mai più indietro e che l’austerity non è più una strada perseguibile “senza se e senza ma”, nonostante la Grecia abbia un tax rate medio di poco superiore al 33%, inferiore alla media europea (e largamente inferiore alla pressione fiscale media italiana), come ricordato di recente anche da Mario Draghi, numero uno della Bce (ai cui 63 miliardi di prestiti sono legate a doppio filo le banche greche).
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Tutto questo porta a pensare che un accordo lo si troverà, con Atene che prima dell’estate (quando dovrebbe iniziare a rimborsare 11 miliardi di aiuti all’Fmi e 6 miliardi alla Bce) riuscirà a strappare alla Ue la riduzione del tasso d’interesse attualmente pagato, l’1,5%, che sembrava poca cosa nel 2011 quanto il tasso di riferimento della Bce era l’1,25%, è molto oggi che è sceso allo 0,15%. Atene punta anche a veder ridotto l’ammontare da rimborsare, ma da questo versante è improbabile ottenga più che una trasformazione dei 122 miliardi dovuti alla sola Ue in un bond perpetuo (questa parte di debito ha del resto già oggi una durata media di oltre 32 anni), cosa che formalmente consentirebbe di dichiarare che le regole comunitarie sono state rispettate e che il paese può veder acquistati i propri titoli di stato dalla Bce nell’ambito del prossimo programma di quantitative easing.
Come ulteriore mezzo di persuasione se a Varoufakis, come sospetta anche il premio Nobel Paul Krugman, non bastassero le buone maniere e le rassicurazioni della volontà di rimanere nell’euro per convincere gli euro burocrati che gli siederanno di fronte, potrebbero esserci le “avances” già manifestate da Cina e Russia di subentrare alla “troika” come creditore pur di crearsi in Grecia una testa di ponte da cui cercare di far crescere i propri interessi in seno all’economia del vecchio continente, ipotesi che andrebbe a cozzare direttamente contro gli opposti interessi della Germania. Come ramoscello d’ulivo Varoufakis potrebbe semmai ricordare che Alexis Tsipras ha già promesso una maggiore lotta agli evasori (anche se è tutto da dimostrare che il basso peso delle entrate fiscali dipenda da evasione e non reale impoverimento), ma il vero scoglio attorno a cui tutto potrebbe naufragare resta la strutturale differenza dell’economia greca dal resto d’Europa.
Atene vive di spesa pubblica (spesso malamente gestita) e turismo, ha pochissime esportazioni, rischia di non beneficiare se non marginalmente della ripresa europea e del calo delle quotazioni delle materie prime, non avendo un apparato industriale significativo che possa trarne vantaggio e se è vero che di troppo rigore si muore, non è detto che di ulteriore debito si possa vivere meglio, ove tale debito non vada a finanziare attività in grado di ripagare l’investimento effettuato. Il punto attorno a cui si deciderà la partita sarà tutto qui: se il governo Tsipras saprà portare in Europa un piano credibile di ristrutturazione ed efficientamento della spesa pubblica e trovare una propria via alla crescita, altrettanto credibile, la Germania e la Ue non avranno alcun interessere a far saltare i ponti.
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Altrimenti semplicemente potrebbe essere troppo tardi per salvare la Grecia e forse l’euro stesso. Del resto non sarà un caso se Goldman Sachs e Deutsche Bank, case d’investimento che di solito sull’euro hanno visioni difformi, pronosticano un ulteriore graduale calo della divisa unica sino alla parità (o anche sotto) col dollaro entro il 2018. A quel punto se non sarà già uscita la Grecia e se l’Italia e il resto del Sud Europa continueranno a non mostrare particolari segnali di ripresa, a uscire dall’euro potrebbero essere la Germania e qualche alleato come Finlandia, Olanda, Austria o Slovenia. Sarebbe il ritorno del vecchio schema dei due euro che solo l’azione di Mario Draghi ha poi evitato, senza però che la Ue riuscisse a evolvere verso una vera unione politica e fiscale né a ridurre le discrepanze macroeconomiche tra i suoi paesi membri.
Qualcuno azzarda già le previsioni: un “forte” del Nord a 1,2-1,25 contro dollaro e uno “debole” del Sud a 0,8-0,85, vale a dire una differenza tra l’uno e l’altro del 20% circa rispetto alla parità con l’euro attuale. Una cura “da cavallo” che potrebbe funzionare ma anche un’ipotesi che creerebbe scompiglio sui mercati e contro cui c’è da scommettere Draghi si batterà fino alla fine. Sarebbe tuttavia lo scenario più logico per giustificare il fatto che alcuni investitori (a partire dalla stessa Bundesbank) siano tuttora pronti a investire a tassi negativi come sui bund tedeschi a breve scadenza (o sui depositi in corone danesi per chi preferisce restare del tutto fuori dall’euro), come faranno comprando in proprio l’80% dei titoli del QE di Eurotower. Si tratterebbe infatti di un “premio” per assicurarsi contro il rischio di fare la fine di chi aveva scommesso sulla forza dell’euro e il mantenimento di un “pavimento” a 1,20 contro il franchi svizzeri, pavimento poi rimosso senza preavviso dalla Banca nazionale svizzera pochi giorni fa con immediato apprezzamento del franco e ritorno alla parità con l’euro
Luca Spoldi

