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Il lupo Jp Morgan ha Grilli per la testa

Il lupo Jp Morgan ha Grilli per la testa
Grilli (3)

di Sergio Luciano

Dunque Vittorio Grilli, già “Draghi-boy” e poi ministro dell’Economia del governo Monti, va a lavorare alla Jp Morgan. Una delle più grandi banche del mondo, se non la più grande, gli darà il ruolo di presidente del Corporate & Investment Bank per l’area Emea, cioè Europa, Medio Oriente e Africa. Una posizione da megastipendio. Complimenti.

Il 10 aprile del 2013 Affari Italiani l’aveva scritto: “Rumors, Grilli con le valigie per JP Morgan. Il capo dell’Economia farà il banchiere“. Non che l’autore dello scoop, Andrea Deugeni, avesse la sfera di cristallo. Semplicemente aveva buone antenne sulle fonti ufficiose romane che sapevano perfettamente come l’ottimo rapporto tra Grilli e i vertici della bancona americana fosse per il nostro grand-commis di Stato una specie di polizza assicurativa.

Quanto ridicole siano le norme come quella vigente, che prescrivono un anno di “quarantena” a chiunque lasci una carica pubblica così importante prima di prendere un incarico privato in potenziale conflitto d’interesse… si vede a occhio nudo. Se Grilli avesse voluto favorire la JP Morgan da ministro – e nulla lascia sospettare che l’abbia mai fatto – avrebbe potuto tranquillamente farlo e poi farsi “ricambiare il favore” un anno dopo…a orologeria: negli affari, si usa.

Ma non c’è alcuna evidenza di scambi oggettivamente consumati in quel senso: quindi non c’è da fare scandalo. C’è piuttosto da considerare quanto grave e profondo sia stato il “vulnus” arrecato al Paese dalla soggezione verso il grande potere finanziario internazionale di un ceto politico che ha avuto per anni in mano le sorti dell’economia pubblica italiana. Non rileva se Grilli abbia mai lavorato a favore di JP Morgan prima di lasciare lo Stato, meglio per la sua coscienza se non l’ha mai fatto, e del resto prima di essere chiamato a fare il direttore generale del Tesoro prima e il ministro dell’Economia poi, aveva anche già lavorato in Credit Suisse

Quello che conta è un’altra cosa, che cioè lui e tanti come lui hanno mutuato in pieno valori (e disvalori) del potere finanziario internazionale che per alcuni anni ha messo l’Italia nel mirino puntando a spolparla, e in parte riuscendoci; hanno condiviso cultura e sentimenti. Forse anche obiettivi strategici. Non gli elettori italiani, insomma, ma i partiti da essi votati, abdicando al proprio ruolo e rinunciando alle possibilità di un accordo a favore del governicchio dei tecnici, hanno inconsapevolmente o meno affidato le pecore ai lupi. Uno dei quali, oggi, torna formalmente nella tana. Tutto qui. Niente di illecito. Molto di triste.