Guerra in Iran ed effetti sui mercati: parla Kevin Thozet, analista di Carmignac
Borse europee in rosso, Piazza Affari lascia sul terreno l’1,97% a 46.280 punti, il gas vola del 40% e corre anche il petrolio. Il primo giorno di contrattazioni dopo l’attacco di Usa e Israele contro l’Iran restituisce una fotografia tutt’altro che rassicurante. Il Vecchio Continente sembra già scontare i danni di un’escalation che- almeno sul piano geopolitico-non ha assunto i contorni di un semplice “blitz”. Dai mercati ai possibili choc energetici: che cosa dobbiamo quindi aspettarci? Per capirne di più Affaritaliani ha interpellato Kevin Thozet, analista e membro del Comitato Investimenti di Carmignac.
“Per i mercati, il punto cruciale è: per quanto tempo l’Iran può sostenere la pressione? Il petrolio è in rialzo del +9% e il gas ancora di più, mentre il traffico attraverso lo Stretto di Hormuz si è in larga misura bloccato a seguito degli attacchi iraniani alle petroliere, con impianti di produzione chiusi nel fine settimana. La posta in gioco è enorme: 20 milioni di barili al giorno-circa il 20% del consumo globale di petrolio-e approssimativamente il 20% del gas naturale liquefatto (GNL) mondiale transitano attraverso lo Stretto”, spiega l’analista.
Anche l’annuncio di un aumento produttivo non basta a calmare le acque. “L’OPEC+ ha annunciato un aumento dell’offerta (+206 mila barili al giorno), che potrebbe alleviare marginalmente la pressione ma difficilmente compenserà nel breve termine il premio per il rischio geopolitico. Qualsiasi interruzione prolungata colpirebbe innanzitutto gli importatori asiatici (Cina, India, Giappone, Corea), per poi estendersi all’Europa attraverso il GNL. Negli Stati Uniti, un forte aumento del prezzo del petrolio rappresenterebbe un significativo ostacolo politico per Trump in vista delle elezioni di metà mandato, dato l’impatto sul costo della vita e sull’inflazione”. In sintesi, sottolinea l’analista, “troppi attori potenti subirebbero danni da un’interruzione prolungata. La questione chiave rimane: per quanto tempo l’Iran può minacciare in modo credibile lo Stretto di Hormuz?”.
Sul fronte finanziario, la dinamica è chiara. “Questa mattina i mercati hanno mostrato un orientamento decisamente ‘risk-off’. Gli asset rifugio sono ricercati (oro +5% in tre giorni, franco svizzero +0,75% da venerdì) e i costi di protezione sono in aumento (iTraxx Xover +18 punti base, VIX in apertura intorno a 25), mentre gli asset rischiosi sono stati generalmente in calo (con azioni cinesi –2%, azioni giapponesi –1,4% ed Euro Stoxx –2%). Al di sotto della superficie, la pressione è concentrata su alcuni settori. Le compagnie aeree (Air France –9%, Ryanair –2,5%, EasyJet –3,6%), l’automotive (Stellantis –4,5%) così come le banche (SX7E –3%) sono sotto pressione, poiché i timori sul credito incidono pesantemente sulle valutazioni. Al contrario, gli asset legati alle materie prime registrano performance molto positive (TotalEnergies +3%, ENI +2%, Repsol +4,7%), insieme al comparto difesa (Leonardo +3,9%, BAE Systems +5%). Nel complesso, una reazione coerente con uno choc geopolitico nell’area”.
Eppure, osserva Thozet, non siamo in presenza di un panic selling generalizzato: “Ciò che emerge è il seguente aspetto: nonostante la rilevanza del conflitto, i mercati non sono in modalità panico”. Il motivo? “Trump non può permettersi un forte aumento del petrolio prima delle elezioni di metà mandato, elemento che sostiene le aspettative di un conflitto di breve durata. Un eventuale cambio di regime potrebbe persino rappresentare, nel medio termine, un contesto positivo per gli asset rischiosi, qualora il premio geopolitico nella regione si attenuasse. In presenza di uno scenario macroeconomico resiliente, l’attuale fiammata geopolitica potrebbe offrire un punto di ingresso, in linea con l’esperienza storica secondo cui la maggior parte dei conflitti militari ha un impatto limitato e di breve durata sui mercati”.
Inoltre, aggiunge l’analista, “gli asset israeliani mostrano chiari segnali di resilienza, con un rialzo delle obbligazioni israeliane in dollari. La borsa locale è in aumento del 3%, mentre le obbligazioni domestiche si rafforzano e lo shekel si apprezza (+2,5% contro euro e +1,9% contro dollaro), indicando aspettative di un conflitto contenuto, di successo operativo o di un sostegno statunitense più marcato. I rendimenti obbligazionari sono in aumento (+3 punti base sui titoli decennali di Stati Uniti e Germania e +4 punti base sulle scadenze a due anni) in un contesto risk-off. Con il petrolio a +10% e il gas a +25%, le aspettative di inflazione implicite sono in forte rialzo (breakeven USA a 5 anni +70 punti base)”. “I mercati stanno trattando l’Iran come uno choc di offerta, non come uno choc di domanda. Se il rischio di escalation fosse realmente dominante, assisteremmo a una fuga verso la qualità e a rendimenti in calo. Invece, le preoccupazioni restano per ora contenute: i tassi sono spinti verso l’alto dall’aumento del petrolio più che da un’avversione al rischio generalizzata”, rimarca Thozet.
Riguardo al prossimo futuro, per l’analista è “troppo presto per delineare una direzione chiara dei mercati. Se il conflitto o gli attacchi dovessero concludersi nel giro di poche settimane, i mercati probabilmente tornerebbero a condizioni normali e potrebbero persino considerare l’esito marginalmente positivo per le azioni. Al contrario, un confronto prolungato in Iran, insieme alle incertezze legate alla successione dell’Ayatollah Khamenei, spingerebbe i mercati più in profondità in territorio risk-off“, spiega Thozet.
“Con sondaggi in calo per Trump e per i Repubblicani in vista delle elezioni di metà mandato, la prospettiva di una presidenza indebolita potrebbe pesare sulla crescita economica statunitense, mentre un’interruzione duratura nello Stretto di Hormuz rischierebbe di condurre i mercati verso un vero e proprio scenario di forte avversione al rischio”, aggiunge Thozet. Per ora, conclude l’analista di Carmignac, “l’intervallo dei possibili esiti è particolarmente ampio. È opportuno mantenere umiltà e pazienza, poiché gli sviluppi nei prossimi giorni e settimane potrebbero modificare in modo significativo la natura del conflitto”.

