Guerra in Iran, che stangata sull’economia
Il terzo trimestre dell’economia italiana parte con il piede sbagliato. A pesare, ancora una volta, è la geopolitica: la guerra in Iran, riesplosa a luglio, ha riportato tensione sui mercati energetici e riacceso l’incertezza, dopo che il conflitto aveva già frenato il PIL nel secondo trimestre. È il quadro tracciato dalla Congiuntura flash del Centro Studi di Confindustria, secondo cui gli effetti dello shock si allungheranno anche sui prossimi mesi: l’inflazione resterà elevata ancora per un po’ e il canale del credito si sta irrigidendo.
L’energia torna a fare paura
Il dato più immediato riguarda i prezzi dell’energia. La nuova escalation militare tra Stati Uniti e Iran ha provocato un crollo dei transiti navali nello Stretto di Hormuz, scesi del 32% a metà luglio. Il risultato non si è fatto attendere: il Brent è risalito a 91 dollari al barile il 21 luglio, dopo la discesa a 72 dollari registrata a giugno.
Un livello ben superiore ai 69 dollari medi di febbraio, anche se ancora lontano dal picco di 104 toccato a maggio. Stessa dinamica per il gas naturale, che non era mai tornato vicino ai valori di inizio anno (33 euro/MWh a febbraio) e che ora ha virato di nuovo al rialzo, fino a 60 euro.
La guerra nel Golfo ha rimesso in moto anche il dollaro, tornato a essere percepito come valuta rifugio, complice il fatto che il greggio è quotato proprio in biglietti verdi. Il cambio è sceso a 1,14 dollari per euro nella prima metà di luglio, dai 1,18 medi di febbraio: un apprezzamento del 3,4% che ribalta la tendenza innescata nel 2025 dai timori sui dazi americani. Per i paesi dell’euro c’è almeno un lato positivo: un dollaro forte favorisce le esportazioni europee.
Industria in affanno, investimenti col freno tirato
Sul fronte interno, i segnali di raffreddamento si moltiplicano. A maggio la produzione industriale è diminuita dello 0,3%, trascinata al ribasso dai beni intermedi (-0,8%) e di consumo (-0,5%), solo in parte compensati dal balzo degli energetici (+4,6%). A giugno il PMI manifatturiero è sceso a 52,2 da 52,9: resta in territorio espansivo, ma la domanda alimentata dall’accumulo di scorte inizia a scemare in un contesto molto incerto.
Preoccupa soprattutto la frenata degli investimenti. I prestiti alle imprese accelerano (+3,5% annuo) nonostante il moderato rialzo dei tassi (3,67% a maggio da 3,33% a febbraio), ma il credito serve sempre più a coprire le bollette energetiche e sempre meno a finanziare nuova capacità produttiva. A maggio si è fermata la crescita della produzione di beni strumentali e nel secondo trimestre le imprese hanno rivisto al ribasso le previsioni di spesa in investimenti.
Anche i consumi mostrano segni di affaticamento. Nel primo trimestre il potere d’acquisto delle famiglie era cresciuto (+0,8%) più della propensione al risparmio (salita appena all’8,0%), dando ossigeno alla domanda. Ma nel secondo trimestre i redditi sono stati erosi dai prezzi e dal lieve calo degli occupati registrato a maggio: le vendite al dettaglio sono salite di appena lo 0,1% in volume e a giugno gli acquisti di auto sono tornati a calare (-1,5%).
I servizi si salvano grazie ai turisti stranieri
L’unica nota davvero positiva arriva dai servizi, che si stabilizzano senza però crescere. Il merito è soprattutto del turismo internazionale: la spesa dei visitatori stranieri in Italia è ripartita di slancio (+6,2% tendenziale a maggio a prezzi correnti, dopo il -0,8% di marzo). Il PMI dei servizi è risalito a 50,2 da 49,4, in linea con la fiducia delle imprese del settore, grazie all’attenuarsi delle pressioni sui costi e a una risalita della domanda interna.
Meno brillante l’export di beni, sceso a maggio dello 0,4% a prezzi costanti dopo il -2,6% di aprile, pur restando in crescita nei primi cinque mesi dell’anno. Le dinamiche geografiche sono molto eterogenee: crescono le vendite verso Svizzera e Cina, sostenute da metalli e farmaci, e balzano quelle verso il Mercosur (+21,2% tendenziale) nel primo mese di applicazione dell’accordo commerciale, trainate da macchinari e farmaci. In calo, invece, le esportazioni verso Turchia, Spagna e Stati Uniti.
Lo scenario internazionale: Eurozona a due velocità, USA in frenata, Cina spinta dai chip
Nel resto dell’Eurozona il quadro è variegato. A maggio la produzione industriale è cresciuta in Spagna (+1,2%) e in Germania (+0,8%), mentre la Francia resta stagnante (-0,1%). Nei servizi si registra un rimbalzo diffuso dopo la flessione causata dalla guerra, ma solo la Spagna torna in territorio pienamente espansivo (PMI a 54,2).
Oltreoceano, la Federal Reserve ha ribassato le previsioni di crescita e la produzione industriale di giugno ha deluso le attese (+0,1%). Gli indici dei direttori degli acquisti restano espansivi ma in calo, e i dati sull’occupazione segnalano un peggioramento inatteso del mercato del lavoro, che per ora non ha ancora scalfito la fiducia dei consumatori americani.
La Cina, infine, rallenta ma non si ferma: nel secondo trimestre il PIL è cresciuto del 4,3% annuo, sotto il target ufficiale del 4,5-5%, frenato dalla debolezza della domanda interna (investimenti a -5,7% nel semestre) e dallo shock petrolifero. A tenere in piedi l’economia è l’industria, con una produzione a +5,3% annuo e un export in accelerazione record (+27% annuo, massimo da fine 2021), spinto dal boom dei semiconduttori legato all’intelligenza artificiale.
La partita, per l’Italia come per il resto del mondo, si gioca ora sull’evoluzione del conflitto nel Golfo. Finché l’incertezza resterà ai massimi, energia cara e prudenza di imprese e famiglie continueranno a pesare sulla ripresa.

