Il petrolio continua a correre sui mercati internazionali, con i future sul Wti saliti sopra i 99 dollari al barile (+0,54%) dopo aver toccato in precedenza un massimo di 102,40 dollari, il livello più alto dal luglio 2022. Quelli sul Brent, invece, permangono sopra 104 dollari al barile (1,39%). A spingere le quotazioni è l’ulteriore deterioramento del quadro geopolitico in Medio Oriente, con il conflitto entrato nella terza settimana e i raid statunitensi contro siti militari a Kharg Island, snodo cruciale per l’export energetico iraniano.
Il presidente Donald Trump ha inoltre avvertito che anche le infrastrutture petrolifere dell’isola, attraverso cui passa circa il 90% delle esportazioni di greggio dell’Iran, potrebbero diventare un obiettivo in caso di interferenze di Teheran sul traffico nello Stretto di Hormuz. Il mercato resta concentrato proprio su questo passaggio strategico, che collega il Golfo Persico ai mercati globali e da cui transita normalmente circa un quinto dell’offerta mondiale di petrolio.
A sostenere la tensione sui prezzi contribuiscono anche le persistenti difficoltà nella navigazione commerciale nell’area e l’incertezza sulle prossime mosse militari e diplomatiche. Gli operatori stanno valutando le indiscrezioni secondo cui Washington sarebbe pronta ad annunciare a breve una coalizione di Paesi incaricata di scortare le navi attraverso lo stretto, nel tentativo di proteggere una delle rotte energetiche più sensibili al mondo. Sul fronte dell’offerta, l’Agenzia internazionale dell’energia ha annunciato domenica che i Paesi membri metteranno a disposizione 411,9 milioni di barili dalle riserve d’emergenza, di cui 271,7 milioni provenienti da scorte governative, 116,6 milioni da riserve industriali obbligatorie e 23,6 milioni da altre fonti.
Secondo l’IEA, il 72% del volume sarà costituito da greggio e il restante 28% da prodotti raffinati. Le disponibilità nell’area Asia-Oceania saranno immesse subito sul mercato, mentre quelle provenienti da Europa e Americhe dovrebbero arrivare verso la fine di marzo. La misura punta ad attenuare le pressioni sull’offerta globale, ma per ora non basta a raffreddare un mercato che continua a prezzare soprattutto il rischio geopolitico.
L’oro si mantiene vicino ai 5.000 dollari l’oncia, dopo due settimane consecutive di calo, mentre il petrolio resta volatile in seguito all’attacco statunitense contro Kharg Island, principale hub iraniano per l’export di greggio, avvenuto nel fine settimana e destinato ad accrescere i timori sull’offerta globale. Il raid ha innescato rappresaglie da parte di Teheran contro Israele e contro infrastrutture energetiche in altri Paesi arabi. La guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran è ormai entrata nella terza settimana senza una chiara prospettiva di soluzione, alimentando nuova tensione sui mercati finanziari. Anche il prezzo dell’argento resta stabile intorno agli 80 dollari.

