di Andrea Deugeni
@andreadeugeni
Si intensificano le tensioni tra Stati Uniti e Cina legate a Huawei mentre le due nazioni si preparano domani e dopodomani a riprendere i negoziati commerciali volti a evitare una escalation a colpi di dazi. Il dipartimento americano di Giustizia ha accusato il colosso americano delle attrezzature di rete di avere rubato segreti commerciali alla compagnia telefonica statunitense T-Mobile e di avere commesso frodi finanziarie legate all’Iran.

In due incriminazioni separate, una a Brooklyn (New York) e l’altra nello stato di Washington, top funzionari dei dipartimenti di Giustizia, Commercio e Sicurezza nazionale hanno sostenuto che Huawei, la sua direttrice finanziaria Meng Wanzhou (figlia del fondatore del gruppo) e altri dipendenti hanno lavorato per anni fuorviando le banche mondiali e il governo statunitense in merito alle proprie attività in Iran.
Su questo fronte il gruppo cinese – da tempo boicottato in Usa perchè accusato di usare le sue attrezzature per “spiare” i consumatori per conto di Pechino – è stato inquisito per frode bancaria, violazione di sanzioni americane e tentativo di ostruzione alla giustizia.

Nel primo giorno feriale in cui il governo federale è tornato a lavorare dopo 35 giorni di shutdown, Washington ha separatemente accusato Huawei di avere rubato informazioni a T-Mobile US. La tesi è che l’azienda cinese abbia offerto bonus ai dipendenti che con successo hanno sottratto dati confidenziali ad altre aziende. E’ arrivata anche la richiesta formale degli Usa al Canada per l’estradizione della Cfo di Huawei, arrestata a Vancouver il primo dicembre scorso su richiesta di Washington.
Ciò ha messo Ottawa in una posizione difficile, tanto più che alcuni suoi cittadini sono stati arrestati in Cina perchè sospettati di minacciare la sicurezza nazionale della nazione asiatica. Le detenzioni sono giudicate dagli analisti come una ritorsione. La numero due di Huawei comparirà oggi in tribunale in Canada per discutere delle accuse e della cauzione. Era stata arrestata lo scorso primo dicembre a Vancouver.

Immediata la replica della Cina che ha chiesto con forza agli Usa di rimuovere la richiesta d’arresto contro Wanzhou e di non procedere con la richiesta di estradizione dal Canada evitando di peggiorare il percorso negativo finora intrapreso: il ministero degli Esteri, a poche ore dalla formalizzazione delle variegate accuse del Dipartimento di Giustizia americano contro la società e la manager, ha assicurato che Pechino “proteggerà con fermezza i legittimi interessi delle compagnie cinesi”.
In una nota, il ministero degli Esteri di Pechino ha espresso “grave preoccupazione”, sollecitando anche la fine dell’”irragionevole repressione” messa in atto contro le imprese cinesi, inclusa Huawei. La messa in stato d’accusa di Huawei è stata invece definita “ingiusta e immorale” da un funzionario del ministero dell’Industria cinese.
Anche il colosso cinese ha risposto agli Stati Uniti, dicendosi “deluso” dalle accuse mosse. In una nota, Huawei ha sostenuto di non aver commesso “alcuna delle asserite violazioni” e di “non essere al corrente di alcun illecito commesso da Meng Wanzhou”. Mentre Reid Weingarten, legale della top manager citato dall’agenzia Reuters, ha spiegato che “Meng Wanzhou non deve essere un ostaggio” delle relazioni “complicate” tra Cina e Stati Uniti.
Tutto questo è avvenuto mentre Il vicepremier cinese Liu He è giunto a Washington, guidando la delegazione dei colloqui di alto livello sul commercio con gli Usa del 30-31 gennaio. Timing che ha preoccupato gli investitori sui mercati finanziari. Con Liu, ha riferito l’agenzia Nuova Cina, ci sono tra gli altri il governatore della Banca centrale (Pboc) Yi Gang, il vicepresidente della National Development and Reform Commission Ning Jizhe e diversi viceministri.
