Dopo aver assistito, alcune settimane fa, al patetico teatrino sullo sciopero minacciato dai sindacati in piena emergenza, ora questi ultimi stanno rialzando la voce nel dibattito riaperture. Oggi come allora siamo di fronte ad un déjà-vu, i sindacati cercano un po’ di visibilità, sanno benissimo che avranno quasi zero voce in capitolo, perché alla fine la partita si giocherà a livello aziendale dove il loro ruolo è ormai abbastanza irrilevante. Il sindacato, infatti, nei decenni si è sempre più marginalizzato preferendo la battaglia politica alle battaglie sul territorio.
Non voglio qui analizzare il tema dell’attuazione, ancora non risolta, dell’ultimo comma dell’articolo 39 della nostra Costituzione (in merito all’attribuzione dell’efficacia erga omnes ai contratti collettivi stipulati dai sindacati maggiormente rappresentativi), così come non voglio analizzare il trend calante degli iscritti al sindacato, non voglio nemmeno aprire il dibattito su quanto i sindacati stiano cercando (poco) di raccogliere le esigenze dei lavoratori atipici (che coinvolge la gran parte dei giovani, spesso a basso reddito e precari). Mi inchino poi alle battaglie sindacali degli anni che furono, mi inchino alla genuinità di Landini (che sarebbe un grande leader politico, di minoranza), mi inchino a chiunque porti avanti una battaglia (anche se non la condivido).
Però stavolta, a fronte della maggiore catastrofe dal dopoguerra, anche solo minacciare uno sciopero è stata un’azione vile e indecente. Alberto Forchielli, imprenditore e divulgatore, ha fatto la migliore sintesi: “la pugnalata alla schiena dei sindacati che nel momento di massima difficoltà delle imprese decide di scioperare passerà alla storia come un gesto infame”. Non serve aggiungere altro. In certi momenti contano le azioni e non le parole. E non lasciamoci impietosire dalla (scontata) sceneggiatura che alcuni sindacalisti hanno voluto proiettarci, ovvero che è in ballo la salute delle persone.
Lo sappiamo, lo sanno tutti, lo sanno anche i bambini, lo sanno bene i medici che ogni giorno rischiano la vita, lo sanno i tanti lavoratori che garantiscono l’operatività di decine e decine di filiere produttive e di servizi. Conosco tante imprese che, dialogando con i lavoratori, hanno trovato soluzioni per reggere ora e per prepararsi alla ripartenza. Il sindacato non ha più una base attiva vera lo sappiamo, ha più iscritti pensionati che lavoratori. Non rappresenta più le nuove generazioni, é lontano anni luce da un mondo che non è più agli anni ‘70 e il suo ruolo è sempre più marginale.
L’Italia riaprirà in un qualche modo, nelle singole aziende si dialogherà sempre più con i lavoratori e sempre meno con sovrastrutture nazionali inutili e perditempo. I lavoratori infatti, nei momenti di crisi, si sono sempre dimostrati più lungimiranti e concreti rispetto alle loro rappresentanze. Ci sono stati mille dibattiti di come ci cambierà la crisi, di come cambierà il mondo, di come cambierà il capitalismo, dibattiti e letture per passare il tempo durante la quarantena ma che non scalfiranno di un millimetro l’unica sacrosanta verità: il benessere dei singoli non potrà mai prescindere dalla capacità di generare ricchezza delle imprese. Verità che vede, ovviamente, a monte e a valle la democrazia, le istituzioni forti, un sistema formativo abilitante e uno Stato che aiuti e che agevoli (soprattutto nelle crisi come quella attuale).
Ecco, in questa fase lo Stato non sembra aver agevolato più di tanto, obbligando imprese e disoccupati a estenuanti (e umilianti) trafile burocratiche per accedere alle risorse (spesso mere garanzie), abdicando ad un ruolo diretto e delegando le banche alla funzione di “intermediario”. Ancora una volta, il colpo di reni dovranno darlo gli imprenditori e, ne siamo certi, si farà sentire con la consapevolezza però che i caduti sul campo non saranno pochi.

