Sfida all’ultimo algoritmo: così i pionieri dell’IA cinese mettono in allarme i colossi americani
Il dott. Raffaele Huang è un giornalista del Wall Street Journal a Singapore, dove si occupa di aziende tecnologiche asiatiche. In precedenza, a Pechino, si è concentrato principalmente sulle notizie aziendali del settore automobilistico. La sua esperienza specifica è dunque nell’ambito informatico cinese ma per conto di uno dei più accreditati media statunitensi.
Fino a circa 10 anni fa, i grandi geni della tecnologia hi-tech Tang Jie e Yang Zhilin erano un semplice insegnante e un allievo, con il sogno di costruire una macchina capace di pensare, come se fosse un essere umano. Oggi, sono due dei magnati cinesi dell’intelligenza artificiale che stanno mettendo in allarme i pionieri dell’ IA americani.
Tang, professore all’Università di Tsinghua, è co-fondatore di “Z.AI“, una delle aziende che concorrono direttamente con Anthropic e OpenAI in termini di capacità e diffusione globale. Yang è a capo di un’altra azienda, “Moonshot AI”. Entrambe valgono milioni di dollari.
Nella Silicon Valley e a Washington hanno iniziato a chiedersi come abbiano fatto i laboratori cinesi di IA ad arrivare così lontano e in così poco tempo. Il 25 giugno, sulle colonne del WSJ, il laboratorio statunitense di intelligenza artificiale Anthropic ha accusato il gigante cinese dell’e-commerce “Alibaba” di aver avuto accesso “illecitamente“, al suo modello Claude per un “attacco di distillazione”. In parole povere, l’accusa è di aver rubato le informazioni fondamentali all’ Azienda USA.
Le carriere di Tang e Yang dimostrano che la spinta della Cina verso l’intelligenza artificiale non è improvvisa. Tang, 49 anni, lavora nel campo dell’apprendimento automatico da circa un quarto di secolo. Più di dieci anni fa, era tra gli esperti cinesi di intelligenza artificiale già all’avanguardia nell’utilizzo dei computer per compiti simili a quelli umani, come la comprensione del linguaggio e il riconoscimento facciale.
Tang, Yang e i loro colleghi ricercatori, molti dei quali hanno iniziato la loro carriera a Tsinghua e in poche altre istituzioni, costituiscono una vera e propria Silicon Valley virtuale, nei centri tecnologici cinesi. La conoscenza circola facilmente tra di loro grazie a una cultura della pubblicazione della ricerca e alla preferenza degli sviluppatori cinesi per le tecnologie “open source”, in gran parte gratuite, da scaricare e modificare.
Per recuperare terreno nell’era dell’intelligenza artificiale generativa, le aziende cinesi si sono affidate al consueto mix di ingegno e imitazione che è alla base dei successi del Paese nei settori dell’elettronica, delle automobili e delle energie rinnovabili. Gli sviluppatori cinesi di intelligenza artificiale hanno riportato in patria i migliori cervelli formati negli Stati Uniti ed hanno seguito, passo dopo passo, i progressi compiuti nella più grande Superpotenza globale.
Il 23 febbraio scorso, sempre sul Wall Street Journal, Anthropic ha accusato Z.AI e Moonshot di violare le sue politiche attraverso la distillazione su larga scala. Nessuna delle due aziende ha risposto. Alcuni dipendenti di società cinesi di sviluppo di modelli riconoscono che la distillazione è una pratica diffusa a livello globale e che alcune aziende cinesi potrebbero utilizzarla in modo più aggressivo rispetto alle controparti americane.
A giugno, Elon Musk aveva previsto che la Cina non avrebbe raggiunto le prestazioni del modello di punta Fable di Anthropic prima del primo trimestre del 2027. E Tang ha replicato su X: “Non ci vorrà così tanto”…I leader del settore in entrambi i paesi hanno affermato che le capacità del miglior modello di intelligenza artificiale cinese sono indietro di pochi mesi rispetto a quelle del miglior modello statunitense.
Da tempo, il governo di Xi Jinping considera l’intelligenza artificiale e l’informatica come i più importanti motori di crescita economica e sicurezza nazionale. La sua formula per recuperare il divario tecnologico prevede sia il sostegno statale che la concorrenza del settore privato. Lo Stato ha investito ingenti somme nella ricerca presso università come la Tsinghua e ha finanziato startup. I governi centrali e locali sono stati tra i primi clienti dei servizi offerti da queste ultime.
Il governo, alla ricerca di metodi per sorvegliare la popolazione e individuare le minacce, cercava programmi informatici in grado di identificare volti e voci. Le università cinesi formarono studenti specializzati in visione artificiale, una branca dell’informatica che cerca di insegnare alle macchine a vedere come vedono gli esseri umani.
Nel 2005, Andrew Yao, ex professore di Princeton, vincitore del premio intitolato al pioniere dell’informatica Alan Turing, istituì a Tsinghua una classe d’élite: la “Yao class”, per far crescere i migliori talenti.
Secondo quanto riportato nel libro di “La nuova geografia dell’innovazione” di Mehran Gul, scrittore di tecnologia, dopo aver conseguito il dottorato a Tsinghua, Tang dice: “ho pensato di poter fare qualcosa di importante in Cina e, in questo modo, forse di poter aiutare meglio il Paese. Così ho deciso di rimanere”. Peraltro, lo stesso geniale informatico cinese ha creato la società “Z.AI“, finanziandola in buona parte con una piattaforma di analisi dati da lui gestita, che godeva, tra i suoi clienti principali, Google e IBM.
Non è tutto oro quello che luccica. Nonostante l’intelligenza e la grande preparazione dei cinesi, finanziata in parte dallo Stato e in parte da soggetti privati con interessi nel settore, per ora la sino IA rimane ben al di sotto dei colossi americani. Secondo quanto riferito dall’azienda agli investitori, il fatturato annuo di Anthropic ha raggiunto i 65 miliardi di dollari a luglio.
Liang ha affermato che i chip per computer, e non le persone, rappresentano il gap, ovvero la principale fonte di divario tra le aziende cinesi e quelle americane. I ricercatori dei principali laboratori, tra cui Alibaba e Z.AI, hanno dichiarato di avere spesso a disposizione solo un quinto dei chip di fascia alta messi a disposizione dai colleghi di OpenAI e Google.
Mentre le aziende cinesi perseguono “l’efficienza dei costi all’estremo” – ha affermato Laila Khawaja, analista del “Gavekal Technologies”, con sede a Miami, “le aziende statunitensi, dotate di chip più avanzati e di una maggiore propensione a investire capitali, spendono molto di più in ricerca esplorativa, che potrebbe potenzialmente portare a innovazioni rivoluzionarie“. “Chiunque per primo spingerà il limite tecnologico anche solo di un centimetro più in alto, ridefinirà ciò che è possibile in ogni settore” – ha scritto Tang in una nota ai dipendenti, il mese scorso.
In tutto questo avanzamento tecnologico, rispetto a USA e Cina, la UE è ancora in ritardo. Ma nel 2025-26 Bruxelles ha iniziato a puntare sulla costruzione di potenza di calcolo, infrastrutture, capitali e modelli europei, accantonando la regolamentazione dell’ AI. Il vero salto in avanti dovrebbe arrivare con le AI Gigafactories ed un investimento di 10 miliardi di euro, che vuole mobilitare almeno 20 miliardi di investimenti privati.
L’iniziativa InvestAI punta a mobilitare complessivamente 200 miliardi di euro per l’IA europea. Il punto debole non è la ricerca né la presenza di università all’altezza, quanto la trasformazione della ricerca in giganti tecnologici capaci di sviluppare modelli di frontiera competitivi. Per cui, oggi, la UE è una potenza tecnologica di seconda fascia nella costruzione di modelli propri da immettere sul mercato. Tale elemento ne fa un’anatra zoppa, nel breve termine, perché si fornisce di piattaforme straniere statunitensi e cinesi che, invece, continuano a correre.

