Secondo i più critici sembrava cercare un alibi, ma più passano le settimane più le parole di Giovanni Tria suonano quanto mai veritiere: il problema della crescita non riguarda solo l’Italia e non è imputabile solo al suo governo, semmai è legato ad un rallentamento economico diffuso in tutta Europa e ad una persistente fragilità del sistema bancario del vecchio continente, ancora alle prese con lo smaltimento delle scorie della crisi dei crediti deteriorati e sempre meno in grado di essere un motore a sostegno della crescita medesima, a causa tra l’altro di regole sempre più rigide.
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Banche, Moody’s: l’esposizione ai Btp le espone a rischi capitale L’elevata esposizione delle banche italiane ai titoli di stato aumenta la volatilita’ di capitale. Lo afferma Moody’s sottolineando che le “banche italiane restano piu’ vulnerabili” delle rivali europee “all’erosione di capitale e liquidita’ quando i rendimenti sui titoli di stato aumentano”. Le banche italiane si trovano davanti a un rischio maggiore di erosione di capitale ”dopo l’aumento” di bond italiani in portafoglio negli ultimi 12 mesi.( |
Era il novembre scorso e il ministro dell’Economia italiano spiegava come l’Europa non sembrasse “consapevole della situazione e sembra incapace di adottare politiche di contrasto al rallentamento economico”, ma da allora la situazione non è cambiata molto, tanto che qualche giorno fa Tria ha ribadito come “a parte alcuni casi, veramente pochi, di malagestione di alcune banche italiane, che hanno portato al loro fallimento, il sistema bancario italiano è uno dei più sani d’Europa e forse del mondo”, non essendo piene di “titoli velenosi e derivati pericolosi” come “molte banche europee, in primo luogo tedesche”, a partire da Deutsche Bank, la cui fusione con Commerzbank non a caso sta facendo alzare più di un sopracciglio a molti analisti finanziari, apparendo una operazione dalla forte valenza politica ma dalla dubbia razionalità industriale.
La crisi italiana, ha poi sottolineato Tria, è legata “alla seconda recessione e lì è venuto fuori il problema”, ulteriormente esacerbato da norme internazionali di molto irrigiditesi e divenute maggiormente procicliche, come nel caso dell’adozione del principio contabile Ifsr9 (che impone da quest’anno alle banche di procedere ad accantonamenti e svalutazioni su crediti in linea con le stime sull’andamento delle sofferenze e non in base alla sofferenze effettivamente registrate). Tutto ciò, ha sottolineato Tria, ha posto ulteriori “oneri al sistema bancario” europeo e non solo a quello italiano, che nel frattempo ha quasi dimezzato il peso dei suoi crediti deteriorati.
Una pulizia di bilancio fortemente voluta dalla Banca centrale europea che ha avuto una conseguenza, quella di deprimere ulteriormente livelli di redditività già molto modesti (specie in Italia), come ha indirettamente ammesso Mario Draghi, numero uno della Bce, che oggi dopo aver segnalato come il rallentamento economico emerso dai dati macro sia destinato a durare nell’anno in corso e che i rischi per le prospettive di crescita restano orientati al ribasso ha aggiunto che l’Eurotower sta “analizzando l’impatto che i tassi negativi hanno sulla redditività delle banche”.
Già, perché la ricetta di Draghi di inondare il mercato di liquidità e portare i tassi a zero in termini nominali (ovvero sotto zero in termini reali) se ha evitato il collasso dei mercati nel 2011 non ha saputo poi favorire un’azione a supporto della ripresa da parte delle banche del vecchio continente, trattandosi come molti esperti hanno più volte sottolineato di un problema di fiducia oltre e più che di liquidità. Se una banca teme che l’economia stia rallentando e le sue aziende clienti abbiano maggiori difficoltà a fatturare e chiudere i bilanci in utile, quale che sia l’origine della crisi (ad esempio ma non solo un deterioramento dei rapporti commerciali internazionali a seguito di politiche statunitensi sempre più destabilizzanti), essa tenderà a restringere il credito.
In tale scenario obbligare la banca ad osservare principi contabili pro-ciclici non farà che accelerare il processo di riduzione del credito, agendo così da freno alla crescita economica e facendo nuovamente salire i timori degli investitori che si tradurranno in un allargamento degli spread che renderà ancora più difficile per grandi debitori come l’Italia rifinanziarsi, come ha sottolineato anche il Fondo monetario internazionale, secondo cui proprio “una prolungata incertezza di bilancio ed elevati spread in Italia, soprattutto se associati a una profonda recessione, potrebbero avere ricadute negative sulle altre economie europee” (sebbene finora “l’effetto contagio”, aggiunge il Fmi, sia stato “limitato”).
Spread più elevati comportano infatti un maggiore rischio associato ai titoli di stato italiani, così le banche dovranno accantonare ulteriori riserve (sottratte al finanziamento della ripresa) o ridurre la quantità di titoli di stato detenuti in portafoglio, cosa che a sua volta rischia di far ulteriormente lievitare il costo sul debito, drenando risorse pubbliche altrimenti disponibili per provvedimenti a favore della crescita.
Dulcis in fundo, si fa per dire, in Paesi come Canada, Italia, Spagna e Stati Uniti con “un elevato peso del debito e condizioni monetarie restrittive, la spesa per interessi come quota del Pil è attesa in aumento a medio termine”, sottolinea ancora il Fondo monetario internazionale nel suo rapporto semestrale. Per quanto riguarda in particolare il nostro PAese, il Fmi stima che le emissioni lorde saliranno dal 22% del Pil previsto per quest’anno (con un disavanzo atteso di 2,7% del Pil) al 24,7% nel 2021, quando il debito in scadenza ammonterà al 21,2% del Pil e il disavanzo arriverà al 3,5%.
Numeri preoccupanti, perché indicano un sempre più pesante drenaggio di risorse altrimenti utilizzabili in misure a sostegno della crescita e che dovrebbero indurre le autorità monetarie e politiche europee a prendere seriamente in considerazione un cambiamento di rotta, prima che il rallentamento in atto si trasformi in una nuova crisi banco-sovrana, questa volta con un rischio-contagio molto più elevato di quello che già si palesò nel 2010 con l’esplosione della crisi del debito greco. E ora, a differenza del passato, non sono solo le banche italiane a rischiare, ma anche quelle tedesche, polmone della prima economia dell’eurozona, stanno soffrendo. Un mix che, in caso di innesco di forti tensioni finanziarie, per l’Unione europea così come la conosciamo potrebbe esser letale.
