Intesa-Sanpaolo e Ubi Banca, rispettivamente il primo e il quarto gruppo bancario italiano, se le danno di santa ragione di fonte all’Antitrust sul ruolo che la banca guidata dal Ceo Victor Massiah potrebbe giocare nella creazione di un terzo polo nazionale del credito.
Stando a quanto emerge dalla comunicazione delle risultanze istruttorie dell’authority guidata da Roberto Rustichelli per l’Ops di Intesa su Ubi, oltre a sottolineare il carattere “ostile” dell’operazione volta a “eliminare un operatore temibile alternativo” ai due big del mercato (l’altro è UniCredit), l’istituto finito oggetto delle mire di Ca’ de Sass ha spiegato “di aver valutato, a livello progettuale, la possibilità di procedere a forme di aggregazione con altri istituti bancari di medie dimensioni (segnatamente Mps, Bper, Bpm), e in particolare con Bper, con la quale risultano agli atti tavoli tecnici con Bper e Unipol”.

Sul tema, la stessa Bper ha chiarito che “nell’autunno 2019 hanno avuto luogo alcuni contatti esplorativi”, ma l’interlocuzione si è interrotta alla fine dell’anno per scelta di Ubi, che ha comunicato “di volersi focalizzare su altre priorità, quali l’elaborazione del proprio piano industriale poi presentato in febbraio”.
Intesa, da parte sua, ha rilevato quindi che “non risultano elementi di fatto da cui possa desumersi che Ubi stesse effettivamente procedendo ad aggregazioni con altri operatori, né tantomeno che tali aggregazioni le avrebbero consentito di raggiungere le dimensioni di Intesa Sanpaolo e UniCredit”.
L’istituto guidato dal Ceo Carlo Messina ha ricordato infatti che in passato le acquisizioni di Ubi hanno riguardato solo “piccole realtà locali in condizioni molto particolari”, cioè le cosiddette good banks di Banca Marche, Etruria e Carichieti, e che il piano industriale presentato da Ubi il 17 febbraio, “vale a dire lo stesso giorno dell’annuncio dell’Ops”, è “stato concepito in ottica stand alone”.
“Pertanto – ha concluso Intesa – le dichiarazioni di Ubi secondo cui la società avrebbe avuto contatti preliminari con altre banche appaiono manifestamente inidonee a supportare il requisito della ‘ragionevole certezza’ e della sussistenza di evidenze specifiche e convergenti di uno scenario controfattuale, ma confermano semmai come Ubi, all’epoca dell’Ops, non avesse individuato uno specifico interlocutore con cui realizzare un’operazione di integrazione”.
Intanto, l’istruttoria sul processo autorizzato va avanti. Dopo la pubblicazione di alcuni stralci delle risultanze, da cui è emerso che “l’Antitrust non ha preso in considerazione la prevista cessione di 400-500 sportelli (da parte di Intesa, ndr) a Bper perché “in base alle informazioni fornite da Intesa, non è stato in alcun modo possibile enucleare il ramo di azienda Ubi oggetto di cessione, senza che permanessero significative incertezze in merito al suo perimetro” e che quindi “allo stato degli atti, l’Ops non è suscettibile di essere autorizzata”, l’authority ha sottolineato con una nota ad hoc che al momento “non è stata assunta alcuna decisione sulla compatibilità dell’operazione” tra Intesa e Ubi Banca.
Allo stato, infatti, “è stata trasmessa alle imprese interessate la sola comunicazione delle risultanze, che rappresenta la valutazione preliminare degli uffici dell’Autorità in ordine alle possibili criticità concorrenziali dell’operazione di concentrazione“. La decisione definitiva, ha conclude la nota, “in merito alla compatibilità della concentrazione sarà assunta dal Collegio solo all’esito del contraddittorio con le imprese interessate”.

In sostanza, Rustichelli ha rifiutato il pacchetto di cessioni di sportelli preconfezionato (400-500) da Banca Intesa, volendo procedere ad individuare lui stesso il perimetro delle filiali da dismettere per preservare la concorrenza nel mercato post-fusione. L’Antitrust ha identificato “639 aree critiche nel mercato della raccolta bancaria, 782 negli impieghi alle famiglie consumatrici e 218 negli impieghi alle famiglie produttrici-piccole imprese, nelle quali l’operazione conduce alla costituzione o al rafforzamento di una posizione dominante”.
Le “aree” citate sono lo cosiddette “catchment area”, vale a dire i bacini di utenza dei 1.064 sportelli Ubi, la cui ampiezza è stata determinata, secondo la prassi dell’authority, “considerando un tempo di percorrenza massimo di 30 minuti in auto, calcolato sulla base della mobilità della domanda dei clienti bancari”. L’autorità ha sottolineato inoltre che il numero totale di aree problematiche (particolari criticità rilevate in Calabria, Marche e Abruzzo) è naturalmente inferiore alla somma delle cifre riportate, dato che in molti casi la stessa area può essere critica in due o più mercati. Sono state identificate come critiche le aree in cui la banca nata dall’aggregazione avrebbe, tra le altre cose, “una quota di mercato congiunta maggiore o uguale al 35%” e “un distanziamento dal secondo operatore, in termini di quota di mercato, non inferiore a 10 punti percentuali”.

Per UniCredit, che ha chiesto di partecipare all’istruttoria, tutto questo configura “un’alterazione delle dinamiche concorrenziali dei settori bancario, finanziario e assicurativo”. Le parti avranno ora tempo di presentare memorie e documentazioni entro il 15 giugno e il 18 giugno è prevista invece una nuova audizione dei soggetti che ne faranno richiesta.
E’ ovvio che dopo le analisi dell’Antitrust, per ridurre le quote di mercato al di sotto della soglia del 35% in tutte le province italiane e ottenere il disco verde all’operazione, Banca Intesa si adeguerà alle richieste dell’authority, authority che ha anche manifestato delle perplessità sulla realizzazione delle cessioni delle filiali a Bper nel caso in cui al termine dell’offerta il gruppo di Messina arrivi a detenere il risultato minimo del 50% più un’azione di Ubi (che escluderebbe la fusione per incorporazione).
Pur garantendo il controllo di diritto e di fatto di Ubi, questa soglia infatti non assicurerebbe in assemblea la maggioranza qualificata necessaria ad operazioni straordinarie come la cessione di ramo d’azienda.
@andreadeugeni
