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Economia
Intesa SanPaolo, torna il dividendo. Ora serve la dimensione europea

Di Marco Scotti

 

Non è una gara a chi ha preso il pesce più grosso ma poco ci manca. Intesa Sanpaolo e Unicredit hanno da tempo un’antipatia solida e comprensibile. Sono le prime due banche in Italia, sono espressione di due idee diverse (una con retaggio sabaudo, l’altra con il pragmatismo milanese) e fino a non molto tempo fa si contendevano il trono di istituto di credito più importante in Italia. Poi la curva ha iniziato progressivamente a divergere. Intesa SanPaolo, sotto la guida di Carlo Messina, ha cominciato a crescere sempre di più fino a diventare la seconda azienda per capitalizzazione a Piazza Affari dopo Enel. Nel frattempo, all’ombra del grattacielo in Piazza Gae Aulenti, Jean Pierre Mustier veniva prima costretto a cedere tutti i gioielli più brillanti della corona e poi veniva messo alla porta dopo essersi rifiutato di avallare l’acquisto di Mps che la neo-presidenza Padoan spingeva per ultimare in tempi brevi.

Ora, con Mario Draghi che sembra sempre più solido a Palazzo Chigi, potremmo riportare indietro le lancette del tempo agli anni in cui, da governatore di Banca d’Italia, portò avanti una politica di aggregazioni che oggi, per motivi diversi, è tornata quanto mai d’attualità. Fu con Supermario a Palazzo Koch, nel 2007, che si completò la fusione tra Credito Italiano e Capitalia dando vita al regno di Alessandro Profumo. Che sconfisse Matteo Arpe e che portò avanti una campagna di consolidamento fuori dai confini italiani che gli costò il posto tre anni più tardi.

Però l’idea non era sbagliata, anzi. E oggi Carlo Messina, che giustamente mostra i muscoli quando parla del suo istituto, dovrebbe iniziare a guardare oltre confine per trovare un ruolo più continentale. Prendiamo ad esempio Bnp Paribas, anch’essa banca “di sistema”, che ha acquistato tra l’altro la Banca Nazionale del Lavoro integrandola, tanto che oggi la dicitura completa è Bnl – Gruppo Bnp Paribas. L’istituto francese ha al momento una capitalizzazione di mercato superiore di 15 miliardi rispetto a Intesa.

Non solo: ha un centinaio di miliardi in più di impieghi e soprattutto un utile più che doppio. Questo non significa che Intesa sia una banca in difficoltà o che non stia svolgendo correttamente il suo compito. Al contrario: i conti 2020, stante la situazione drammatica che – per il sistema bancario – non è che all’inizio, ci sono parecchi motivi per sorridere. Tant’è che il ritorno alla cedola è un bel segnale per gli stakeholder.

No, quello che serve a Carlo Messina è una “campagna” europea. Perché il sistema economico in cui si muove Intesa Sanpaolo è decisamente troppo piccolo per una banca che ha ormai le spalle abbastanza robuste da guardare negli occhi i colossi continentali. Da questo punto di vista serve riprendere la lezione di Emilio Botìn, gran patron del Banco Santander il quale, dopo essersi accorto che l’unica azienda di vero respiro del paese era Zara, ha iniziato a guardarsi attorno estendendo costantemente il proprio raggio d’azione.

Tra l’altro, Banca Intesa ha una politica di remunerazione simile a quella dei colossi europei. Jean-Laurent Bonnafé, amministratore delegato di Bnp Paribas guadagna 4,5 milioni, cifre paragonabili a quelle del numero uno di Intesa. Non si tratta di un dettaglio da poco: se Ca’ De Sass vuole darsi respiro internazionale deve pagare come fanno in Europa (Usa e Uk, ma anche Svizzera sono fuori portata visto che Sergio Ermotti in Ubs è arrivato a guadagnare 13 milioni e che oltre oceano Jamie Dimon è arrivato a oltre 31). E anche su questo si vede la differenza con Unicredit, che aveva dato a Mustier 1,2 milioni divenuti 900mila per il taglio alla retribuzione durante il Covid. Se si impone un tetto agli stipendi, difficilmente poi si può ambire a Messi… Alessandro Profumo era pagato come se non più di Corrado Passera a suo tempo.

Dunque, espandersi in Europa, non più soltanto continuando a collezionare “figurine” in Italia. Dopo Ubi non è rimasto poi molto, anche perché la vicenda degli sportelli ceduti a Bper si sta facendo intricata: si tratta di scatole vuote o i clienti sono passati all’altro istituto di credito? Perché nel primo caso il rischio che si torni ad alzare più di un sopracciglio è concreto.

Ulteriori acquisizioni, anche sotto Mario Draghi, sarebbero comunque soggette a rigorosi controlli da parte dell’Antitrust e della Consob. Ma se si guardasse all’Europa...

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