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Iran, anche i mercati cercano una exit strategy tra oro, dollaro e petrolio: così gli investitori riposizionano il portafoglio in tempi di crisi

Dopo lo choc iniziale, caratterizzato da forti vendite e picchi di volatilità, i mercati si dirigono verso una graduale ridefinizione degli equilibri tra asset rischiosi e beni rifugio

Iran, anche i  mercati cercano una exit strategy tra oro, dollaro e petrolio: così gli investitori riposizionano il portafoglio in tempi di crisi
Mercati Finanziari

A due settimane dall’inizio del conflitto tra Stati Uniti e Iran i mercati finanziari globali stanno entrando in una fase tipica delle crisi geopolitiche: dopo lo shock iniziale, caratterizzato da forti vendite e picchi di volatilità, si sta osservando una graduale ridefinizione degli equilibri tra asset rischiosi e beni rifugio. I primi giorni di guerra hanno provocato un immediato aumento dell’avversione al rischio, con correzioni sui listini azionari e un improvviso aumento dei flussi verso oro, dollaro e titoli di Stato dei Paesi percepiti come più sicuri.
Dopo circa quindici giorni la situazione appare più complessa.

I mercati non stanno più reagendo in modo emotivo alle notizie quotidiane, ma stanno iniziando a valutare la durata potenziale del conflitto e le sue implicazioni economiche. In questa fase gli investitori istituzionali tendono a ridurre l’esposizione ai settori ciclici e alle aree più esposte alla crescita globale, mentre aumentano la presenza in comparti difensivi come energia, difesa, materie prime e utilities.
Il mercato obbligazionario rappresenta uno degli indicatori più sensibili della fase attuale.

I rendimenti dei titoli di Stato dei Paesi più solidi si sono ridotti nelle prime sedute di guerra per effetto della corsa alla sicurezza, mentre nei Paesi con debito elevato la dinamica è stata più incerta. In Europa l’attenzione si concentra soprattutto sul differenziale tra i titoli italiani e quelli tedeschi, che tende ad allargarsi nei momenti di tensione internazionale perché gli investitori globali preferiscono strumenti percepiti come più stabili.

Le materie prime sono diventate uno dei principali canali attraverso cui il conflitto influenza i mercati. Il petrolio rimane l’asset più sensibile agli sviluppi geopolitici, poiché qualsiasi rischio per le rotte energetiche o per la produzione nel Medio Oriente può generare movimenti molto rapidi dei prezzi. Parallelamente anche i metalli preziosi hanno registrato un aumento della domanda, alimentato dalla ricerca di protezione contro instabilità finanziaria e inflazione energetica. Dopo due settimane emerge però un elemento importante: i mercati stanno iniziando a distinguere tra shock temporaneo e crisi strutturale. Se il conflitto rimane circoscritto e non coinvolge altri attori regionali, gli investitori tendono gradualmente a rientrare sugli asset rischiosi approfittando delle correzioni iniziali. Questo fenomeno spiega perché, dopo le prime sedute di ribasso, alcune borse stanno mostrando tentativi di stabilizzazione.

Dal punto di vista dei risparmiatori privati il comportamento è in parte diverso rispetto agli investitori istituzionali. Molti piccoli investitori, soprattutto in Europa, stanno adottando un atteggiamento prudente. Le richieste di liquidità e di strumenti a basso rischio tendono ad aumentare nelle fasi di forte incertezza geopolitica. Una parte dei risparmiatori preferisce parcheggiare temporaneamente il capitale su conti remunerati, titoli di Stato a breve durata o strumenti monetari, in attesa di maggiore visibilità sul quadro internazionale. In Italia si osserva anche un rinnovato interesse verso i titoli di Stato domestici, considerati da molti investitori retail uno strumento familiare e relativamente comprensibile rispetto ai mercati azionari globali. Allo stesso tempo cresce l’attenzione verso l’oro, sia attraverso strumenti finanziari sia tramite acquisti fisici, segnale tipico delle fasi di tensione geopolitica. Un altro comportamento che emerge in queste settimane è la maggiore diversificazione dei portafogli. Molti consulenti finanziari stanno suggerendo di ridurre la concentrazione su singoli mercati o settori e di distribuire gli investimenti tra più asset class. L’obiettivo non è prevedere con precisione l’evoluzione del conflitto, ma costruire portafogli capaci di resistere a scenari diversi.

La lezione che molti investitori stanno traendo dopo quindici giorni di guerra è che i mercati finanziari reagiscono molto rapidamente agli shock geopolitici ma tendono anche ad adattarsi con sorprendente velocità. La volatilità rimane elevata e gli scambi restano sensibili a qualsiasi notizia proveniente dal fronte diplomatico o militare, ma progressivamente gli operatori iniziano a guardare oltre l’evento immediato e a valutare gli effetti economici di medio periodo. Per i risparmiatori la sfida principale rimane quella di non farsi guidare esclusivamente dall’emotività. Le crisi geopolitiche possono generare movimenti molto bruschi dei prezzi, ma spesso i mercati recuperano una parte delle perdite quando l’incertezza inizia a ridursi. Per questo motivo molti investitori stanno scegliendo un approccio attendista, evitando decisioni drastiche e monitorando l’evoluzione del conflitto prima di modificare in modo significativo le proprie strategie di investimento.

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