Le principali banche centrali si avvicinano alle riunioni della prossima settimana in un contesto internazionale reso più incerto dalle tensioni in Medio Oriente. Il conflitto tra Israele e l’Iran rischia infatti di avere ripercussioni sull’economia globale, soprattutto attraverso l’andamento dei prezzi energetici e le possibili ripercussioni sulle principali rotte commerciali. In queste settimane le istituzioni finanziarie stanno elaborando diversi scenari, con implicazioni potenzialmente rilevanti sia per la crescita sia per le future decisioni sui tassi di interesse.
Uno dei rischi più osservati riguarda lo Stretto di Hormuz, snodo strategico per il commercio mondiale di idrocarburi e fertilizzanti. Secondo alcune stime preliminari, una sua eventuale chiusura per circa due mesi e mezzo potrebbe ridurre la crescita globale di circa 0,2 punti percentuali, portandola dal 2,8% al 2,6%. Sul fronte dell’inflazione, molto dipenderà dall’evoluzione dei prezzi del petrolio. Se il greggio dovesse stabilizzarsi intorno ai 100 dollari al barile per più mesi consecutivi, l’inflazione nelle economie avanzate potrebbe aumentare tra 0,5 e 1 punto percentuale.
Si tratta tuttavia di valutazioni preliminari, da leggere con cautela in una fase di forte volatilità. Durante il conflitto di dodici giorni del giugno 2025, i prezzi del petrolio avevano registrato un rapido rialzo per poi tornare sui livelli precedenti una volta terminate le ostilità. Un’altra incognita riguarda la risposta dei governi. In caso di nuovo aumento dei prezzi energetici, gli esecutivi potrebbero intervenire con misure di contenimento, dai tetti ai prezzi dei carburanti, fino ai sostegni diretti per famiglie e imprese, come bonus energia o sussidi ai settori più esposti ai rincari.
Uno scenario diverso rispetto al 2022
Il contesto attuale appare diverso da quello che accompagnò l’inizio della guerra in Ucraina nel 2022. Allora, l’economia globale si trovava ad affrontare contemporaneamente uno shock dell’offerta, legato alle interruzioni delle forniture energetiche, e uno shock della domanda, alimentato dalla forte ripresa post-pandemica e dai risparmi accumulati durante il Covid. Il risultato fu un aumento generalizzato dei prezzi. Oggi lo scenario appare diverso: l’economia globale sembra confrontarsi soprattutto con uno shock di offerta, la cui entità resta ancora incerta. In assenza di forti pressioni salariali e con mercati del lavoro in graduale rallentamento, le banche centrali tendono generalmente a reagire con maggiore prudenza, attendendo che lo shock si attenui prima di modificare l’orientamento della politica monetaria.
Tassi fermi nel breve, tagli rinviati
In questo quadro, le banche centrali attese la prossima settimana hanno validi motivi per mantenere invariati i tassi nel breve termine. Il conflitto in Medio Oriente, però, potrebbe aver rinviato — più che cancellato — il percorso di allentamento monetario che diversi operatori immaginavano nei mesi primaverili. Nel Regno Unito, ad esempio, il rallentamento del mercato del lavoro aveva rafforzato l’ipotesi di un taglio dei tassi già in primavera. Ora la Bank of England potrebbe adottare un atteggiamento più prudente, rinviando eventuali decisioni finché il quadro energetico e geopolitico non sarà più chiaro. Un ragionamento simile vale per la Federal Reserve, forse ancora più esposta al doppio rischio di crescita in rallentamento e inflazione energetica persistente.
Negli Stati Uniti gli ultimi dati sul lavoro hanno mostrato segnali di debolezza, anche a causa delle condizioni meteorologiche avverse registrate a febbraio, mentre l’inflazione nei comparti alimentari ed energetici continua a rappresentare un elemento di attenzione. Questo spiega la cautela della Fed nel valutare un allentamento monetario troppo rapido. La crisi in Medio Oriente si inserisce dunque in un quadro già complesso e rafforza l’orientamento attendista delle autorità monetarie. Per i mercati il messaggio resta chiaro: nel breve periodo la priorità delle banche centrali sarà evitare mosse affrettate, in attesa di capire se lo shock energetico resterà temporaneo o finirà per avere effetti più duraturi sull’inflazione e sulla crescita.
*Country Manager di iBanFirst Italia

