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Iran, l’economista: “L’ultimatum di Trump? È un bluff per trattare, ma ecco cosa rischiano davvero i mercati”

L’intervista di Affaritaliani all’analista finanziario Antonio Tognoli: tra tensioni e petrolio lo scenario peggiore resta la stagflazione globale

Iran, l’economista: “L’ultimatum di Trump? È un bluff per trattare, ma ecco cosa rischiano davvero i mercati”

“Se Hormuz chiude, stagflazione globale”: l’allarme di Tognoli sui mercati

Mentre il countdown verso l’ultimatum delle 2:00 tiene il mondo con il fiato sospeso e le dichiarazioni di Donald Trump continuano a oscillare tra la retorica del peacekeeper e la minaccia di un’escalation senza precedenti, il confronto tra Washington e Teheran scuote le fondamenta della stabilità globale. Sullo sfondo, il controllo dello Stretto di Hormuz e l’integrità delle infrastrutture energetiche nel Golfo Persico non sono più solo nodi geostrategici, ma variabili critiche capaci di innescare uno choc economico di portata sistemica.

Le mosse della Casa Bianca sollevano interrogativi che pesano come macigni sui listini internazionali: i mercati stanno sottovalutando un rischio bellico imminente o leggono la tensione come un estremo bluff negoziale? E soprattutto, l’economia globale è pronta a reggere l’urto di una nuova ondata inflattiva in caso di attacco alle rotte del petrolio?

A fare chiarezza è Antonio Tognoli, economista ed esperto dei mercati finanziari, che ad Affaritaliani analizza i delicati equilibri tra geopolitica e finanza, avvertendo sul pericolo di una deriva verso la stagflazione: “I mercati al momento restano relativamente tranquilli, leggendo le mosse di Trump come boutade per forzare la trattativa. Tuttavia, se lo Stretto di Hormuz dovesse chiudere davvero, ci troveremmo di fronte a un problema estremamente serio per l’intero sistema economico mondiale”.

Tognoli, i mercati leggono l’ultimatum delle 2:00 come un bluff estremo per trattare o come un evento bellico ormai inevitabile e già “prezzato”? E quanto peserebbe un eventuale attacco statunitense all’Iran?

“È difficile dirlo con certezza, perché Trump ci ha abituati a dichiarazioni contraddittorie. Spesso usa queste “boutade” per forzare la controparte a trattare, ma qui parliamo di un Paese sovrano che ha subito un’aggressione. Se chi ha iniziato il conflitto dice “voglio smettere”, bisogna vedere se l’altra parte è d’accordo.

Certamente, a nessuna delle due parti conviene un’escalation totale. Nell’ipotesi estrema di una chiusura dello Stretto di Hormuz per 4 o 5 mesi, non solo l’Europa e l’Asia, ma gli stessi Stati Uniti finirebbero in stagflazione: una combinazione micidiale di inflazione altissima (dovuta ai costi energetici) e recessione economica. In quello scenario, le Banche Centrali avrebbero le mani legate: l’inflazione calerebbe solo dopo aver causato una crisi profonda.

Nonostante il rischio sia elevato — un attacco alle infrastrutture iraniane o all’isola di Kharg porterebbe a ritorsioni sulle capacità di estrazione di tutto il Golfo che richiederebbero dieci anni per essere ricostruite — i mercati al momento restano “tranquilli”. L’S&P 500 è sotto dell’8% dai massimi, non del 30% o 40%, segno che prevale la lettura del bluff. Trump vuole uscirne, anche perché si è presentato agli elettori come un peacekeeper in vista delle elezioni di Midterm, ma si trova in un vicolo cieco strategico insieme a Israele. Il mondo è col fiato sospeso”.

I mercati stanno già prezzando una crisi nello Stretto di Hormuz: siamo di fronte a un impatto gestibile o al rischio concreto di uno choc energetico globale?

“Al momento la situazione è ancora gestibile. Nemmeno agli iraniani conviene il blocco totale, poiché il petrolio è la loro fonte primaria di reddito. Le posizioni iniziali nelle trattative sono distanti, come da prassi, ma speriamo in un riavvicinamento.

Tuttavia, se lo Stretto dovesse chiudere davvero per mesi, il problema diventerebbe gravissimo. Da lì passa circa il 20-25% del petrolio mondiale. Bisognerebbe capire se, in caso di attacco, le infrastrutture degli altri Paesi resterebbero salve: in quel caso l’OPEC (o l’OPEC+) potrebbe aumentare l’offerta, e si potrebbe sdoganare maggiormente il petrolio russo o iracheno. Ma sono troppe variabili: la situazione è estremamente grave e i prossimi due giorni saranno decisivi”.

Un attacco alle infrastrutture energetiche iraniane riaccenderebbe l’inflazione: le Banche Centrali hanno ancora armi per gestire uno choc di questa portata?

“Qui parliamo di un’inflazione da costi, non da domanda. Se il prezzo dell’energia schizza, il potere d’acquisto dei consumatori crolla. La gente consuma meno per pagare le bollette e il sistema economico si avvita: le imprese vendono meno e iniziano a licenziare.

In questo scenario, le Banche Centrali possono anche alzare i tassi per tentare di frenare i prezzi, ma l’inflazione scenderebbe solo come conseguenza di una recessione importante. È il rischio concreto della stagflazione: prezzi alti da una parte e recessione dall’altra. Non ci siamo ancora, siamo lontani, ma è un’ipotesi che gli investitori devono cominciare a mettere nel radar perché tutto dipenderà dalla durata del conflitto”.

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