Petrolio e crisi in Iran, Sapelli: “Una nuova ondata di rincari colpirà famiglie e imprese”
“Il problema non è tanto l’aumento del prezzo del greggio, quanto quello dei prodotti raffinati. È lì che si gioca la partita vera, perché dalla raffinazione del petrolio deriva la benzina che arriva ai consumatori”. Così Giulio Sapelli, economista e storico di fama internazionale, analizza ad Affaritaliani gli effetti della crisi in Medio Oriente e delle tensioni sullo Stretto di Hormuz sul mercato energetico globale. Secondo Sapelli, il modello energetico attuale non è “fragile”, ma dipende da equilibri geopolitici consolidati, nei quali aree strategiche come Hormuz e Bab el-Mandeb hanno un ruolo decisivo: “La questione fondamentale non è semplicemente il prezzo del petrolio, ma ciò che sta accadendo alle raffinerie. Oggi vediamo una dinamica nuova: sia l’Iran sia l’Ucraina, nel conflitto con la Russia, stanno colpendo gli impianti di raffinazione. La distruzione di queste strutture ha un effetto immediato sui mercati e sulla vita quotidiana delle persone”. Un eventuale blocco degli stretti strategici, spiega l’economista, avrebbe conseguenze ancora più pesanti: “La chiusura di Hormuz e di Bab el-Mandeb da parte degli Houthi sarebbe uno scenario drammatico, perché inciderebbe direttamente sui flussi energetici internazionali”.
Ma il rincaro dell’energia non si tradurrebbe soltanto in un aumento dei prezzi alla pompa. Secondo Sapelli, gli effetti si allargherebbero a numerosi settori dell’economia reale: “Non ci sarebbe solo un aumento del petrolio e della benzina, ma anche dei fertilizzanti, che hanno un peso determinante sul costo dei prodotti agricoli. Di conseguenza aumenterebbero i prezzi della spesa”. “Ci sono poi tutti i derivati chimici del petrolio, spesso dimenticati nel dibattito pubblico: una parte importante della medicina, della cosmetica e di molti prodotti di uso quotidiano dipende proprio da questi materiali”, aggiunge. “A questo si sommerebbe l’impatto sulla componentistica industriale, in un sistema produttivo globale ormai fortemente interconnesso”.
Per Sapelli, il rischio è quindi quello di una nuova ondata inflazionistica legata non all’aumento dei salari, ma alla crescita dei costi dei beni materiali: “Si avrebbe un aumento generalizzato dei prezzi dovuto all’offerta, e il rischio è che le banche centrali rispondano con una politica monetaria restrittiva, aumentando i tassi e provocando una riduzione dei salari reali. Sarebbe una vera e propria catastrofe”.
Sul fronte interno, il governo valuta il ricorso alle cosiddette accise mobili per contenere il caro carburanti. Una misura che Sapelli considera utile, ma solo nel breve periodo: “Le accise mobili sono efficaci come tutte le misure temporanee: hanno una funzione non solo economica, ma anche democratica, perché permettono di ridurre il peso fiscale sui cittadini in una fase di difficoltà”. “Ma bisogna essere chiari: non si tratta di una soluzione strutturale. Se venisse trasformata in una misura permanente, avrebbe conseguenze pesanti sui conti pubblici e finirebbe per compromettere il bilancio dello Stato”, conclude l’economista.

