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Economia
Is, un brand che dà forza alla Jihad. Ecco perché spaventa l'Arabia Saudita
Steve Sotloff

di Andrea Deugeni 
twitter@andreadeugeni

Sicurezza interna, approvvigionamento energetico e flussi migratori. Sono le tre principali modalità d'influenza con cui, secondo Lucio Caracciolo, direttore della principale rivista italiana di geopolitica Limes, lo tsunami che sta interessando da quattro anni (e che "durerà ancora per molto tempo") la grande area mediorientale ha degli effetti sul nostro Paese.

L'esperto, che ha tenuto un diretta web nell’ambito del programma Ambrosetti Live, un servizio di aggiornamento manageriale della società The European House-Ambrosetti, cita due dati fondamentali per far capire la portata delle conseguenze che il grande processo di disintegrazione che interessa la zona che va dal Nordafrica fino all'Asia Centrale può avere sull'Italia: la moltiplicazione dei flussi migratori saliti dai 30 mila profughi dell'agosto 2013 ai 150 mila del 2014 (fuggono dalle guerre) e l'enorme dipendenza energetica del nostro Paese che importa da quest'area circa il 50 % del suo fabbisogno di petrolio e di gas.

Oltre a esser geograficamente nell'occhio del ciclone per gli sconvolgimenti della Primavera araba nella sponda Sud del Mediterraneo, l'Italia risente anche delle tensioni che governano la regione centrale di questa grande area di instabilità e cioè la zona del Golfo. Tensioni fra l'Arabia Saudita e l'Iran da una parte e, di nuovo, fra l'Arabia Saudita e gli altri Stati o gruppi islamici dall'altra. Più che di matrice religiosa (sciiti-sunniti), strumento della crisi, per Caracciolo il conflitto irano-saudita è di tipo geopolitico ed economico. Conflitto che nasce dalla volontà di questi Stati di controllare una regione strategica dal punto di vista dell'approvvigionamento energetico mondiale.

Il petrolio nascosto in quei sottosuoli è molto pregiato grazie alla bassa percentuale di zolfo che caratterizza la composizione dei flussi estratti, tesoro naturale che ha permesso alle famiglie dei 5 mila principi sauditi di costruire le loro fortune su quei territori attraverso la creazione di uno Stato-rendita. Famiglie che si sentono minacciate dall'Iran e dal cambiamento che potrebbe rappresentare. Il motivo? Oltre a fattori storici ed etnici, l'Iran rappresenta un Paese che ha una popolazione che comincia a manifestare delle aspettative di vita. E' fondamentalmente una teocrazia, ma ha alcune istituzioni elette democraticamente ed è un Paese contro cui l'Arabia Saudita ha organizzato il fronte della controrivoluzione fra gli Stati del Golfo Persico.

L'Arabia e gli altri emiri temono anche gli altri gruppi islamici, come i Fratelli Musulmani. Da quest'area, dove anche le grandi potenze mondiali hanno interessi (soprattutto la Russia che da un'instabilità al rialzo del prezzo del petrolio trae importanti vantaggi per sostenere le proprie entrate fiscali - circa l'80% da fonte energetica), l'Italia importa più della metà del proprio fabbisogno di petrolio (il 13% dall'Iran, il 9% dall'Iraq, il 7% dall'Arabia e il 23% dalla Libia) e di gas (Qatar, Libia e Algeria da cui proviene il 32,3%, percentualè più alta di quella che arriva dai gasdotti collegati con la Russia).

In quest'ottica, il grande caos fra i clan che regna in Libia preoccupa non poco il governo italiano, perché dopo la caduta di Gheddafi diversi gruppi si contendono il controllo degli idrocarburi di cui è ricco il Paese Nordafricano. Caracciolo sottolinea che l'instabilità politica di questi Stati è un problema perché molto banalmente non consente agli acquirenti di petrolio e di gas di avere certezza nei rapporti di scambio. "Una volta che uno Stato ha pagato il petrolio a un clan, siamo sicuri che lo abbia fatto al proprietario giusto?", è il tipico problema in queste situazioni.

Infine, un accenno allo Is, lo Stato Islamico che sta terrorizzando l'Occidente con le decapitazioni, ma che per il direttore di Limes è "sopravvalutato dai media e può essere tenuto sotto controllo". Secondo l'esperto, il fenomeno al momento non è fonte di instabilità. Il pericolo più grande, soprattutto per l'Arabia Saudita, è invece quello dell'imitazione. L'Is è un "brand che richiama da tutto il mondo estremisti musulmani e cellule di jihadisti ad unirsi alla causa del Califfato". Per i sauditi un rischio strategico, ora inattuale, ma che resta sullo sfondo per lo status quo che l'Arabia è riuscita a costruire nell'area mediorientale.

Tags:
isjihadmedio orientearabia saudita
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