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Economia
Istat/ Italia nella palude della stagnazione. Il 2013 anno nero del lavoro

Un Paese che non riesce a ripartire e sempre più frammentato. E' questa la fotografia che il rapporto annuale dell'Istat fa dell'Italia, un Paese dove la recessione è finita e in cui la crisi ha lasciato spazio alla stagnazione. Non ancora alla forte ripresa.

Solo il 30% delle imprese negli ultimi due anni ha migliorato occupazione e fatturato, intercettando gli stimoli di crescita, la disuguaglianza rimane "consistente" a dispetto delle politiche redistributive, la povertà aumenta, l'occupazione femminile migliora, ma solo perché servono più baby sitter e badanti per supplire alla cronica inadeguatezza dei servizi sociali e il Sud è sempre più staccato dal resto del Paese.

8% popolazione in poverta' assoluta nel 2012. In Italia l'indicatore di poverta' assoluta, stabile fino al 2011, sale di ben 2,3 punti percentuali nel 2012, attestandosi all'8% della popolazione. A lanciare l'allarme e' l'ultimo "Rapporto annuale" dell'Istat, secondo cui "la grave deprivazione, dopo l'aumento registrato fra il 2010 e il 2012 (dal 6,9% al 14,5% della popolazione) registra un lieve miglioramento nel 2013, scendendo al 12,5%. Il "rischio di persistenza in poverta'", ovvero la condizione di poverta' nell'anno corrente e in almeno due degli anni precedenti, resta pero' nel 2012 tra i piu' alti d'Europa: 13,1 contro Si tratta, spiegano i ricercatori, di "una condizione strutturale: le famiglie maggiormente esposte continuano a essere quelle residenti nel Mezzogiorno, quelle che vivono in affitto, con figli minori, con disoccupati o in cui il principale percettore di reddito ha un basso livello professionale e di istruzione". Il rischio di persistenza nella poverta' raggiunge il 33,5% fra le famiglie monogenitori con figli minori: nel Mezzogiorno e' cinque volte piu' elevato che nel Nord, tre volte piu' elevato tra gli adulti sotto i 35 anni, due volte piu' elevato tra i disoccupati e gli inattivi.

Crisi pesa sulla salute, un italiano su 10 rinuncia a cure. Piu' di un italiano su 10 (l'11,1%) ha rinunciato alle cure nel 2012 (accertamenti o visite specialistiche non odontoiatriche, interventi chirurgici o acquisto di farmaci), in larga parte a causa della crisi. Tale quota sale al 13,2% fra le donne mentre a livello territoriale e' piu' elevata nel Mezzogiorno (15% circa). E' quanto si legge nel Rapporto annuale 2014 dell'Istat. Ancora piu' elevata la quota di persone che ha dovuto rinunciare alle cure odontoiatriche, il 14,3%, l'85,4% dei quali ha indicato motici economici. Dati confermati da quelli relativi ai divari socio-economici: nel 2012 le persone di 65 anni e oltre con risorse economiche scarse o insufficienti dichiarano di stare male o molto male nel 30,2% dei casi contro il 14,8% di chi ha risorse economiche ottime o adeguate. Il rischio di cronicita' grave e' piu' elevato tra le classi sociali piu' modeste: chi ha una condizione economica familiare scarsa o insufficiente ha un rischio di 1,6 volte superiore alla famiglia con risorse economiche ottime o adeguate. (A

Un anziano su due soffre di patologie croniche gravi. L'incremento costante degli anziani fa aumentare la fascia di popolazione piu' esposta a problemi di salute di natura cronico-degenerativa. Oltre la meta' della popolazione ultrasettantacinquenne soffre di patologie croniche gravi. In particolare, nella classe di eta' 65-69 anni e 75 e oltre, le donne che soffrono di almeno una cronicita' grave rappresentano, rispettivamente, il 28 e il 51%. E' quanto si legge nel Rapporto annuale 2014 dell'Istat. Il diabete, i tumori, l'Alzheimer e le demenze senili sono le patologie che mostrano una dinamica in evidente crescita rispetto al passato. Gli uomini soffrono di almeno una cronicita' grave nel 36% dei casi nella classe di eta' 65-69 e nel 57% tra quelli ultrasettantacinquenni. La dinamica della cronicita' grave, rileva l'Istat, e' dovuta all'invecchiamento. Se depurato dall'effetto dovuto all'incremento del contingente di persone anziane, il tasso resta infatti stabile (14,6% nel 2005 contro 14,9 nel 2012), con differenze di genere a sfavore degli uomini (16% contro 13,9% delle donne). Lo svantaggio del Mezzogiorno e' strutturale, le condizioni di salute sono peggiori rispetto al resto del Paese. La speranza di vita e' di 79 anni per gli uomini e 83,7 anni per le donne (nel Nord rispettivamente 79,9 e 84,8 anni). La prevalenza di cronicita' grave, al netto della struttura per eta', si attesta al 16,1%, contro il 14,2% registrato nel Nord del Paese.

Sempre più famiglie (+7,6%) ma sempre più piccole. Sempre piu' famiglie ma sempre piu' piccole. Secondo l'ultimo "Rapporto annuale" dell'Istat, dal 2006 al 2013 il numero totale di famiglie cresce del 7,6%, passando da 23 a 25 milioni: contemporaneamente, continua a diminuire il numero medio di componenti per famiglia, fermo nel 2011 a 2,4, con punte massime in Campania (2,8) e minime in Liguria (2,1). Nello stesso arco di tempo, il fenomeno emergente e' quello delle famiglie che si "ricompattano" con il rientro dei figli dopo separazioni, divorzi ed emancipazioni fallite: le famiglie con due o piu' nuclei sono pari a 370mila unita'.  In calo anche le coppie con figli, in tutto 8 milioni e 600mila: 320mila in meno rispetto al 2006-2007, il 34,6% del totale. Continuano a crescere, invece, le coppie senza figli: sono 4milioni e 852mila, 165mila in piu', il 29,3% del totale. Anche le famiglie unipersonali sono cresciute, del 23,1%: hanno superato i 7 milioni e mezzo, arrivando a rappresentare il 30,2% delle famiglie italiane. Il 48,7% delle persone che vivono sole sono over 65, l'11,1% ha piu' di 85 anni. "La rete di parentela - avvertono i ricercatori - si modifica in seguito alle trasformazioni demografiche e sociali e sara' sempre meno in grado di fornire aiuti ai suoi membri piu' fragili. L'invecchiamento della popolazione comporta un aumento dei bisogni di cura da parte dei grandi anziani e per periodi della vita sempre piu' dilatati ma, allo stesso tempo, diminuiscono le persone che possono fornire aiuti".

Famiglie riducono consumi, quelle indebitate sopra il 7%. Cala la spesa per i consumi. La conferma arriva dal "Rapporto annuale 2014" dell'Istat, secondo cui molte famiglie che fino al 2011 avevano utilizzato i risparmi accumulati o avevano risparmiato meno l'anno successivo hanno ridotto i propri livelli di consumo per mantenere i loro standard. La contrazione dei livelli di consumo si e' verificata nonostante l'ulteriore diminuzione della propensione al risparmio (pari all'11,5%) e il crescente ricorso all'indebitamento: nel 2012 le famiglie indebitate superano quota 7%. La fase di crisi economica ha mutato la struttura del reddito familiare: nel 2011, il 45,1% delle famiglie ha al suo interno un solo percettore di reddito (42,4% nel 2007), il 41,2% ne ha due e il 12,8% tre o piu'. Tra il 2007 e il 2011, aumenta il contributo al reddito familiare di ogni singolo pensionato, pari in media al 43% (due punti percentuali in piu').

Rischio deflazione poco probabile ma da non sottovalutare. "Anche se il rischio di deflazione appare poco probabile, uno scenario di crescita molto contenuta dei prezzi costituisce per l'Italia, e piu' in generale per tutti i paesi maggiormente coinvolti nel processo di risanamento, un problema da non sottovalutare". E' quanto si legge nel Rapporto 2014 dell'Istat. Secondo l'istituito di statistica "la diminuzione dell'inflazione emerge come fenomeno esteso a tutti i paesi dell'aerea euro, sebbene con sostanziali differenze per durata e intensita'. Rispetto ai paesi Uem, in Italia il processo di riduzione dell'inflazione ha preso avvio con relativo ritardo, ma e' risultato piu' accentuato."Il differenziale inflazionistico tra l'Italia e l'Uem, pari a otto decimi di punto percentuale nella media del 2012, si e' rapidamente ridotto nel corso del 2013, risultando in media d'anno negativo per un decimo di punto. Tuttavia, considerando la sola componente di fondo (al netto dei beni energetici e degli alimentari non lavorati), la discesa dell'inflazione nel corso del 2013 e' risultata piu' lenta e sostanzialmente in linea con la media dei paesi dell'area dell'euro", prosegue il Rapporto. "Sul rallentamento della dinamica inflazionistica hanno inciso in misura preponderante l'andamento dei prezzi internazionali dei beni energetici e il calo dei prezzi dei beni intermedi - prosegue l'Istat - tra i beni di consumo, quelli durevoli hanno in genere mostrato un andamento declinante. Tali andamenti hanno riguardato tutto il processo di formazione dei prezzi, a partire dalla dinamica dei prezzi dei prodotti industriali importati. Per quanto riguarda le attese di breve termine, la dinamica dei prezzi al consumo dovrebbe continuare a essere caratterizzata da bassi tassi di crescita"."Le condizioni di domanda internazionale potrebbero favorire, nei prossimi mesi, un moderato recupero delle quotazioni delle materie prime energetiche e industriali. Anche se il rischio di deflazione appare poco probabile - e' la conclusione - uno scenario di crescita molto contenuta dei prezzi costituisce per l'Italia, e piu' in generale per tutti i paesi maggiormente coinvolti nel processo di risanamento, un problema da non sottovalutare".

68mila via dall'Italia nel 2012, record ultimi 10 anni. Sempre piu' italiani in "fuga" dal Belpaese. Secondo l'ultimo "Rapporto annuale" dell'Istat, infatti, aumentano gli espatri e calano i rientri. Nel 2012 i nostri connazionali di ritorno dall'estero sono circa 29mila, 2mila in meno rispetto all'anno precedente; al contrario, e' marcato l'incremento di quelli che decidono di trasferirsi in un paese estero. Il numero di emigrati italiani e' pari a 68mila, il piu' alto degli ultimi dieci anni, ed e' cresciuto del 35,8% rispetto al 2011. Le migrazioni interne, dal sud verso il centro-nord confermano un saldo migratorio negativo che, in media, nel decennio 2003-2013 e' pari a 87mila unita' l'anno.Durante la crisi l'aumento del rapporto debito/Pil in Italia e' stato determinato principalmente dalla spesa per interessi e dalla bassa crescita economica, controbilanciando gli effetti delle manovre fiscali. Tra i paesi dell'Unione europea, gli interventi discrezionali hanno contribuito al contenimento della dinamica del rapporto debito/Pil solo in due casi: in Italia, dove le severe manovre di bilancio hanno favorito, nel periodo 2007-2012, una riduzione pari a 9,5 punti percentuali, e in Finlandia, per una riduzione di 6 punti percentuali". "Nei prossimi anni - continua il Rapporto dell'istituto di Statistica - un vincolo importante per le politiche fiscali e' rappresentato dal pareggio del saldo strutturale di bilancio. Quest'ultimo e' infatti molto piu' stringente rispetto al limite del 3% sul rapporto deficit/Pil previsto dal Patto di stabilita' e crescita. Il saldo strutturale e' un indicatore non osservabile che viene calcolato sulla base di un altro indicatore stimato: il prodotto potenziale. A parita' di altre condizioni, una stima piu' elevata della crescita potenziale comporta un migliore saldo strutturale e richiede pertanto politiche fiscali meno severe. Le piu' recenti stime del prodotto potenziale incorporano gli effetti della crisi, tanto da ipotizzare come conseguenza una consistente erosione della capacita' produttiva nel nostro Paese". "Le previsioni programmatiche presentate nel Documento di economia e finanza 2014, elaborate sulla base di tali stime, indicano il raggiungimento del pareggio di bilancio strutturale nel 2015 - continua l'Istat - con un indebitamento netto pari al 2,6% del Pil nel 2014 e all'1,8% nel 2015. n Una diversa stima del prodotto potenziale potrebbe consentire di raggiungere il pareggio strutturale con livelli piu' elevati di indebitamento netto. Nell'ipotesi estrema che la capacita' produttiva nel nostro Paese non si sia modificata durante la crisi, il vincolo del bilancio strutturale in pareggio - conclude il Rapporto - potrebbe ad esempio essere rispettato in presenza di un rapporto deficit/Pil pari al 3% nel 2014 e di poco inferiore nel 2015".

(articolo in fase di aggiornamento)

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