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Economia

Di Nicolò Boggian

In previsione del prossimo Job Act del Pd con Renzi Segretario, sembra prendere corpo l’idea di una semplificazione non più eludibile delle varie forme contrattuali presenti nel mercato del lavoro italiano.
Premessa l’assoluta correttezza della visione e la necessità di mettere un freno a un consociativismo che spesso ha portato a meccanismi di accordo al ribasso in termini di tutela per il lavoratore e di capacità di garantire strumenti per la produttività delle aziende, m’interessa ragionare senza pretesa di assolutezza sull’idea di un contratto unico a tutele crescenti.

Senza voler entrare nei tecnicismi giuridici e rinunciando in questa sede a far valere ragionamenti sulla bontà di forme di contrattazione decentrate e aziendale che possono non essere in contrasto con uno strumento legislativo unico di riferimento nazionale come quello proposto, ho qualche perplessità sul tema delle tutele crescenti.
Temo, infatti, che questa visione tenda a ripercuotere la dualità del mercato tra lavoratori iperprotetti e altri meno protetti e non aiuti le aziende italiane ad avere una maggiore produttività.

Se infatti assumiamo che un lavoratore abbia delle tutele che si intensificano con la durata della prestazione lavorativa , maturando ad esempio la garanzia di non essere licenziato se non per giusta causa dopo 3 anni , raggiungiamo il duplice (negativo) obiettivo di non tutelare il lavoratore nei primi anni quando è necessariamente più fragile in termini professionali, mentre lo tuteliamo di più una volta che la sua produttività tenderà a raggiungere il culmine , togliendo l’incentivo a lavorare di più e meglio per l’azienda.
Che cosa succede se dopo tre anni il lavoratore una volta maturati i requisiti di legge può poi tranquillamente adagiarsi nella sua condizione di diritto acquisito? L’azienda dovrebbe versare abbondanti e difficilmente quantificabili buonuscite per liberarsene ? Se l’azienda dovesse avere una contrazione produttiva o una difficoltà di mercato andrebbe sicuramente a sacrificare quei nuovi assunti senza tutele di legge obbligandoli a rimanere in una spirale d’impieghi precari nel momento di maggiore fragilità professionale.
Allo stesso modo l’azienda dovrebbe continuare a reinvestire nella formazione di nuovi dipendenti nella fase espansiva soffrendo invece della rigidità contrattuale nella fascia dei dipendenti che hanno raggiunto maggiori requisiti.

Immaginiamo invece che il contratto unico sia a tutele decrescenti anziché crescenti, in altre parole che per i primi anni l’azienda sia “obbligata” a tenersi il lavoratore per poi decidere di rinunciarvi dopo i famosi tre anni nel caso il dipendente non fosse sufficientemente “produttivo”.
In questo caso alla mancanza di una tutela giuridica al dipendente assunto da più tempo, rimarrebbe una tutela “di fatto” per due motivi: l’azienda dovrebbe rinunciare, per liberarsene, all’investimento fatto nella formazione iniziale del dipendente e il lavoratore avrebbe accumulato un’esperienza professionale più solida che gli consentirebbe di ricollocarsi sul mercato del lavoro.
Al giovane dipendente invece l’azienda dovrebbe offrire una formazione all’altezza e il primo avrebbe l’interesse a professionalizzarsi al massimo perché saprebbe che dopo tre anni il suo futuro professionale dipenderebbe dalla sua competenza e non da un giudice. Allo stesso modo dopo tre anni di vera formazione e di professionalizzazione l’azienda dovrebbe creare un’organizzazione e un clima aziendale che
premino il merito e i talenti altrimenti rischierebbe di perdere persone professionali su cui ha investito in termini di formazione.

Si potrà dire che questa è una visione ideale del mercato del lavoro, ma è un ideale che porta a un mercato del lavoro ad alta produttività e centrato sulle competenze e sull’eccellenza.
La visione legata al contratto a tutele crescenti mi sembra che invece conduca a un sistema a bassa produttività e scarsa qualità, a noi tristemente noto, mescolando le politiche di welfare e lavoro senza definire chiaramente i limiti dell’una e dell’altra area , spesso creando confusione e danneggiando entrambe.
Possiamo andare avanti a lungo a immaginare le conseguenze dell’adozione dei due sistemi di tutele nelle aziende e nel mercato del lavoro nel complesso. Probabilmente i problemi non sono solo per un sistema e i vantaggi solo per l’altro, ma credo questa riflessione vada fatta prima di prendere una soluzione pre costituita senza che sia discussa in modo approfondito.
Fatta salva quindi la possibilità, secondo me fondamentale, del singolo individuo, di contrattare a livello personale o aziendale la logica di contratto che più preferisce, credo che nello strumento contrattuale nazionale proposto dalla Politica e dalle forze sociali debba passare una visione di Lavoro più moderna e basata sulle competenze di quella assistenziale, consociativa e formalistica che vediamo quanti danni sta facendo alle nostre aziende pubbliche e private.
 

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