Fondato nel 1996 da Angelo Maria Perrino
Direttore responsabile Marco Scotti

Home » Economia » La Russia bussa ancora all’Opec. La crisi del rublo dietro l’angolo

La Russia bussa ancora all’Opec. La crisi del rublo dietro l’angolo

La Russia bussa ancora all’Opec. La crisi del rublo dietro l’angolo
putin ape
Mentre il rublo è sceso ai minimi storici su dollaro e sull’euro (secondo gli esperti la sua corsa al ribasso è appena all’inizio), la Russia bussa nuovamente alle porte dell’Opec dicendosi pronta a “prendere parte alla riunione straordinaria dei paesi produttori di petrolio non aderenti al cartello” per controllare l’offerta e alzare il prezzo del barile. La congiuntura si sta deteriorando (la Banca centrale russa ha taglia le stime di crescita) e il Cremlino, che sta per avviare una nuova fase di privatizzazioni, sta chiedendo l’intervento di imprenditori stranieri. Come gli austriaci…

di Andrea Deugeni
twitter11@andreadeugeni

Sembra di esser tornati all’inizio del 2015 quando le sanzioni e l’iniziale caduta del prezzo del barile avevano messo sotto pressione il rublo sui mercati valutari. Ora, mentre la moneta russa è tornata ai minimi storici sul dollaro e sull’euro (verso quota 85), la crisi del rublo è tornata a fare capolino sui tavoli degli operatori del Forex, una svalutazione che, secondo gli esperti, ha ancora margini di peggioramento.

Il motivo? Sempre lo stesso: un’economia troppo dipendente dal business energetico che apre voragini nel bilancio statale che conta sui proventi del petrolio e del gas per circa il 50% delle entrate. Dopo un iniziale rimbalzo in cui è tornato sopra 30 dollari al barile la scorsa settimana, il prezzo del greggio ha reingranato di nuovo la marcia indietro negli ultimi due giorni, lasciando sul terreno il 10% e tornando sotto la soglia dei 30 dollari (il buco che si profila nel bilancio di Mosca a questi prezzi è di circa il 6%). Un trend che alimenta la sfiducia degli operatori sul mercato valutario nei confronti della capacità di ripresa dell’economia russa. Sentiment confermato anche dalla nota di stamane della Banca centrale russa.

“Il deterioramento del contesto economico esterno” alla Russia “all’inizio di quest’anno, aumenta i rischi di indebolimento delle attività economiche” nazionali, recita l’istituto guidato da Elvira Nabiullina che sottolinea come il ritmo di declino del Pil, “al netto dalla stagionalità” nel primo trimestre dell’anno 2016 è inferiore all’1%.

“Secondo le stime della Banca, il ritmo annuo del calo del Pil nel primo trimestre dell’anno 2016 può ammontare a 1,7-2,5%, che è superiore rispetto alla precedente previsione (1-2%), pubblicata nel numero di dicembre della relazione sulla politica monetaria. Al netto della stagionalità, il Pil nel primo trimestre di quest’anno rispetto al trimestre precedente scende meno dell’1%”, si legge nel commento.

Insomma, dopo il -3,7% del 2015 (+0,7% del 2014), la congiuntura sta peggiorando con il Paese che chiuderà in recessione per il secondo anno consecutivo. La strada per Mosca che non vuole far schizzare il deficit pubblico è forzata. Da una parte deve convincere i principali Paesi produttori di greggio a ridurre l’output per controbilanciare l’eccesso di offerta strutturale che caratterizza il mercato dell’oro nero. Dall’altro, deve tagliare le spese e far cassa.

Sul primo punto, il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha appena fatto sapere infatti che la Russia è pronta a prendere parte alla riunione straordinaria dell’Opec e dei paesi produttori di petrolio non aderenti al cartello, “se si è tutti d’accordo sulla tale necessità” per prendere misure volte a sostenere il prezzo del barile. “Noi crediamo che in questa fase, ciò che è importante è capire cosa sta succedendo nei mercati. I mercati sono influenzati da troppi fattori e i vecchi meccanismi difficilmente funzionano. Penso che questa è la nostra comprensione comune”, ha aggiunto il capo della diplomazia russa.

Dal lato delle uscite, Mosca ha preventivato tagli del 10% alle spese ministeriali. Sforbiciata che potrebbe spingersi alle spese sociali e militari, voci che il presidente Vladimir Putin nell’anno delle elezioni parlamentari non intende toccare. La way out trovata dal Cremlino sono le privatizzazioni e cioè la vendita di pacchetti importanti di azioni, com’era avvenuto in passato, di società controllate per far cassa. Sul mercato ci saranno il 19,5% della Rosneft, l’azienda petrolifera statale controllata oggi dal fedelissimo di Putin Igor Sechin. Poi il 10,9% della banca Vtb e il 25% della Sberbank, due istituti di credito considerati i bocconi più ambiti dagli investitori esteri. Quindi un’altra compagnia petrolifera, la Bashneft, la Alrosa, colosso dei diamanti, la soci età di spedizioni marittime Sovkomflot e, forse, l’Aeroflot.

Chi saranno i compratori? Gli osservatori citano i soliti oligarchi, mani amiche che consentiranno a Putin di non mettere in pericolo il controllo dei gioielli statali, proprio come avvenne nelle vendite passate. Ma stavolta il Cremlino ha assicurato anche che potranno partecipare pure gli stranieri. Il ministro dello Sviluppo Economico russo Alexei Ulyukayev ha invitato le aziende austriache a prendere parte alle privatizzazioni in Russia. Bashneft, Alrosa e Rosneft – ha poi indicato – potrebbero essere privatizzate “per prime”.