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Economia

Sara' perche' c'e' un Oceano e un intero continente di messo, ma a San Francisco, dove e' in visita, le polemiche sulla riforma del lavoro sembrano arrivare attutite o non arrivare affatto alle orecchie di Matteo Renzi che, come nulla fosse, parla della necessita' di "fare arrabbiare qualcuno" per poter andare avanti a trasformare il Paese. E poco importa se quel "qualcuno" altri non sono che i sindacati confederati e la sinistra del suo stesso partito, decisa a dare battaglia. Il modello che il rpemier sogna per l'Italia e' quella San Francisco che a lui appare come la "capitale del futuro" soprattutto se raffrontata alle tante "capitali del passato" che ci sono in Italia e rispetto alle quali serve un cambiamento "quasi violento" nel nostro Paese.

Toni decisi quelli del presidente del consiglio e segretario del Pd ai quali fanno da coro le parole del sottosegretario Luca Lotti: "Il segretario del Pd e' stato scelto con le primarie sulla base di un programma chiaro. Qualcun altro ha perso le primarie e ora non solo pensa di dettare la linea ma lo fa prima ancora che si svolga una discussione nei luoghi preposti, come e' la Direzione del partito", ricorda Lotti per richiamare all'ordine le voci critiche che, un giorno dopo l'altro, sembrano aumentare all'interno del partito. "Qui - avverte Lotti - si tratta del futuro di milioni di giovani, non di far sopravvivere retaggi ideologici". Un confronto serrato nel quale entra anche il vice segretario del Pd, Lorenzo Guerini che arriva ad evocare "provvedimenti disciplinari" per chi non si allinea a quanto deciso assemblearmente dal partito e, in definitiva, a quanto enunciato da Renzi che di quel partito e' il segretario eletto dalle primarie e legittimato dal voto europeo. "Rispetto e' anche attenersi alle decisioni di tutto un partito - ha sottolineato Guerini - e sono sicuro che ci si arrivera' nei prossimi giorni, non per via disciplinare, ma attraverso il dibattito". Per sapere se bastera' il dibattito, assicurano fonti di palazzo Chigi, bastera' attendere l'otto ottobre, data in cui e' prevista la conferenza europea sull'occupazione. Entro quel giorno, Renzi vuole avere in tasca la delega sulla riforma del lavoro. Per questo, spiegano ancora, e' disposto a concedere di trattare sui singoli punti della delega, ma chiede di poter arrivare all'appuntamento europeo con una prova in piu' della trasformazione in atto nel Paese. L'attenzione del premier e' infatti sempre concentrata sugli investimenti e su quei provvedimenti strutturali capaci di attirarne sempre di piu' dall'estero. Stati Uniti in primis, come dimostra il viaggio del premier al quale seguira', il 2 ottobre, un altra 'trasferta strategica' a Londra, nella City. Si trattera' della seconda volta nella capitale britannica da quando ha preso posto a Palazzo Chigi. Non bastera', probabilmente, a sconfiggere gli scettici del Pd e non solo. Nei parlamentari, infatti, e' numeroso l'elenco di quanti vedono nella determinazione di Renzi a procedere con la riforma del lavoro, un modo per sviare l'attenzione da una piu' stringente necessita', quella di far ripartire il comparto industriale del Paese. "La riforma del lavoro cosi' come e' pensata, a tutto serve tranne che a rilanciare l'occupazione", dice un deputato di minoranza: "Agli imprenditori, oggi, non interessa quanto si risparmia nell'assumere o nel licenziare, interessa soprattutto ricominciare a produrre. Ma, se non c'e' chi compra all'estero e non c'e' chi compra in patria, produrre e vendere diventa difficile".

A tutto questo, poi, si aggiunge il tema politico della sempre piu' stretta 'collaborazione' con Forza Italia: le vicende giudiziarie che hanno toccato Donato Bruno da una parte, e Denis Verdini dall'altra potrebbero 'minare' il Patto del Nazareno influenzando l'agenda di governo. Soprattutto, la paura dell'opposizione interna del Pd e' che gli elettori mal digeriscano questo 'abbraccio' con Berlusconi, tanto piu' grave alla luce del nuovo fronte giudiziario che interessa il partito del Cavaliere. Rimane, infine, il tema del ruolo di Forza Italia nell'esecutivo: per il momento ne resta fuori, ma - si chiede piu' di un esponente Pd - cosa succedera' se la riforma del lavoro dovesse essere approvata con i voti determinanti dei forzisti. Accettare quell'aiuto, secondo il deputato Pd, Cesare Damiano, avrebbe delle "conseguenze politiche" importanti. "Sulle questioni economiche del lavoro dovrebbe essere rifiutato il 'soccorso azzurro'. E' chiaro che se fossero determinanti i voti di Forza Italia per tenere in piedi il governo su questo argomento ci sarebbe anche una conseguenza politica. Non vorrei che Renzi riuscisse a fare sui temi del lavoro quel che non e' riuscito a fare Berlusconi", ha spiegato il deputato.

Sette emendamenti per migliorare la delega sul lavoro saranno presentati oggi dalle minoranza del PD al Senato. "Non e' in discussione l'impianto della delega" ha spiegato la senatrice Cecilia Guerra, "gli emendamenti sono contributi costruttivi nel merito per migliorare il provvedimento, non sono emendamenti ideologici". Alla domanda se la minoranza del Pd votera' la legge delega anche se non recepisse gli emendamenti, la senatrice Guerra ha risposto: "gli aut-aut non sono nel nostro spirito". "Non sono una valanga di emendamenti, non vogliamo conflitti ne' facciamo agguati" ha aggiunto il senatore Federico Fornaro. Al momento, in calce ai sette emendamenti ci sono da 28 a 38 firme di senatori del Pd, ma la scadenza per la presentazion e' fissata alle 19.00 di oggi. In totale i senatori democratici sono 109.

"Non si puo' ridurre tutto a una questione di disciplina di partito. Restiamo fedeli al mandato parlamentare, che non comprendeva questa riforma, rivendichiamo percio' l'autonomia dei gruppi. Se non ci sara' disponibilita' all'ascolto da parte della maggioranza, sullo sfondo resta sempre la possibilita' di consultare la nostra base", con un referendum. Lo spiega Alfredo D'Attorre al termine della riunione della minoranza dem aggiungendo che gli emendamenti presentati al Senato vanno tutti nella direzione del modello di mercato del lavoro tedesco, che e' quello a cui si e' ispirato il jobs act nella versione iniziale e che Matteo Renzi presento' alle primarie. "Chiediamo che ci sia un documento unitario in direzione che tenga conto di queste proposte di modifica e che la direzione si occupi anche di legge di Stabilita'", ribadiscono Fassina e D'Attorre.

Un incontro con la maggioranza Pd per formulare un documento unitario da portare in direzione: e' la richiesta che arriva dalla sinistra del partito, e non solo, alla maggioranza renziana. Al termine di una riunione a Montecitorio, la minoranza interna avverte: non si pensi di andare in direzione a chiedere un voto a maggioranza e, magari, utilizzare provvedimenti disciplinari per far valere la disciplina di partito, spiega Alfredo D'Attorre. La posizione della minoranza, spiega Stefano Fassina, rimane quella di una riforma del lavoro sul modello tedesco, che non metta in discussione la possibilita' del lavoratore di essere reintegrato al suo posto di lavoro in caso di ingiusto licenziamento.

La possibilita' che il Partito democratico possa derogare alla Carta fondamentali dei diritti dell'uomo del 1948, avallando il superamento del reintegro del lavoratore vittima di licenziamento discriminatorio, "e' ridicola". Stefano Fassina risponde cosi' ai giornalisti che lo interpellano in Transatlantico al termine di una riunione di minoranza in cui s' e' deciso di chiedere un incontro con la maggioranza renziana per arrivare a un documento unitario da presentare alla direzione di martedi'. Alla riunione, oltre a Fassina, hanno partecipato dieci parlamentari, tra cui Pippo Civati, Rosi Bindi, Francesco Boccia, Alfredo D'Attorre, Roberto Speranza.

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