Tra il 2014 e il 2023 l’Italia ha perso 367mila persone tra 25 e 34 anni, quasi il 40% laureate. L’Ilo segnala opportunità, salari e prospettive di carriera insufficienti, mentre l’intelligenza artificiale minaccia alcune delle professioni che finora hanno rappresentato l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro.
Contratti a termine, part-time involontario e fuga all’estero frenano ancora gli under 30
Trasferirsi fuori dall’Italia può diventare “una scelta razionale” per un giovane che cerca stipendi, opportunità e prospettive di carriera migliori. È una delle conclusioni dell’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo) nel suo rapporto sull’occupazione giovanile, che mette insieme i progressi registrati negli ultimi anni e le difficoltà che continuano a separare l’Italia dagli altri Paesi europei.
La crescita dell’occupazione non ha cancellato il divario generazionale. In Italia ci sono ancora quasi quattro giovani disoccupati per ogni adulto con più di 25 anni in cerca di impiego. Tra il 2014 e il 2023 sono inoltre emigrate 367mila persone tra 25 e 34 anni e quasi il 40% aveva una laurea. L’Ilo avverte: “Per l’Italia significa perdere capitale umano necessario per innovazione, produttività e sviluppo”.
Un miglioramento riguarda i Neet, cioè i giovani che non lavorano e non seguono percorsi di studio o formazione. Nell’ultimo decennio la loro quota si è quasi dimezzata, passando dal 25,7% al 13,3%. Restano però diffuse condizioni lavorative instabili e situazioni di sottoccupazione.
Nel 2025 il 31,3% dei dipendenti tra 15 e 29 anni aveva un contratto a termine. Tra chi lavora part-time, il 61,4% lo fa perché non è riuscito a trovare un impiego a tempo pieno. Le difficoltà colpiscono maggiormente le ragazze e i giovani del Mezzogiorno. Il tasso di disoccupazione tra i 15 e i 29 anni è del 14,4%, contro una media europea dell’11,6%.
“Non basta favorire l’ingresso in una qualsiasi occupazione”, avverte l’Ilo, “in un paese che invecchia rapidamente, valorizzare il lavoro dei giovani diventa essenziale”. Per l’organizzazione, “il successo delle politiche dovrebbe essere misurato soprattutto in base alla capacità di accompagnare i giovani verso una transizione al lavoro dignitoso e sostenibile nel tempo”.
L’intelligenza artificiale riduce alcuni dei tradizionali lavori d’ingresso
L’intelligenza artificiale può aggiungere un nuovo ostacolo per chi entra oggi nel mercato del lavoro. Secondo l’Ilo, “stanno diminuendo le occupazioni che tradizionalmente hanno rappresentato una porta d’ingresso nel mercato del lavoro per i giovani”.
Tra le attività maggiormente esposte figurano mansioni d’ufficio e amministrative, servizi e vendite, alcuni lavori manifatturieri e professioni tecniche semplici e ripetitive. A livello globale, il 6,1% dei posti occupati da persone tra 15 e 29 anni riguarda professioni fortemente esposte ai cambiamenti prodotti dall’intelligenza artificiale.
Nelle economie avanzate la percentuale aumenta. In Europa quasi il 15% dell’occupazione giovanile presenta una forte esposizione all’Ia. Cresce nello stesso tempo la richiesta di professionalità ad alta intensità di conoscenza nei settori della scienza, della salute e dell’ingegneria.
L’Ilo calcola anche un’ipotesi teorica. Se sparisse il 10% dei posti maggiormente esposti, potrebbero rendersi necessarie 5,6 milioni di transizioni occupazionali per i giovani nel mondo e circa 590mila nella subregione europea. L’esposizione alla tecnologia, precisa l’organizzazione, non comporta automaticamente la perdita del lavoro. Gli effetti dipendono dall’accesso agli strumenti digitali, dalle competenze dei lavoratori e dalle scelte organizzative delle aziende.
La direttrice del Dipartimento per l’occupazione, le competenze e le imprese sostenibili dell’Ilo, Sukti Dasgupta, ha spiegato: “Si parla sempre di più di intelligenza artificiale, sebbene l’impatto diretto sull’occupazione giovanile non sia ancora chiaro, non possiamo permetterci di essere compiacenti e di sottovalutare i rischi. Dobbiamo intensificare gli investimenti nelle competenze, nell’apprendimento permanente e nella protezione sociale, affinché i giovani possano adattarsi ai cambiamenti e cogliere nuove opportunità”.
Le difficoltà non riguardano soltanto l’Italia. Nel 2025 il tasso globale di disoccupazione giovanile è salito al 12,4%, pari a 67 milioni di persone, dal 12,3% del 2023. I Neet hanno raggiunto il 20%, cioè 257 milioni di giovani. Alcuni degli aumenti maggiori si registrano proprio nelle economie ad alto reddito. In Nord America la disoccupazione giovanile è passata dall’8,3% del 2023 al 9,8% del 2025.
Il direttore generale dell’Ilo, Gilbert F. Houngbo, sintetizza così il problema: “Una generazione che non riesce a trovare un lavoro dignitoso non può costruire il proprio futuro con fiducia”.

