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Economia
Ma il lavoro non è un diritto

Il fatto che il Jobs Act, il piano di riforme del governo Renzi su lavoro, welfare, ammortizzatori, pensioni e turnover, sia al contempo catalizzatore e caleidoscopio di del dibattito politico, fino a toccare temi essenziali come il consenso del premier e la dialettica democratica, è la prova che quello del mondo del lavoro è il nocciolo della questione, il nervo scoperto del sistema economico-Paese Italia.
Le leggi che regolano il mondo del lavoro  sono rimaste sostanzialmente invariate dalla nascita dello Stato italiano moderno. In 2.700 pagine il Codice del lavoro divide i lavoratori in due categorie.  Ci sono sostanzialmente gli anziani che sono tutelati tutta la vita. Garantiti contro qualsiasi sanzione, sospensione e licenziamento.

Dall’altra parte ci sono principalmente i giovani che devono accontentarsi di lavori precari. Privi di tutele. Hanno un muro davanti a sé, che crea depressione, toglie speranza. Si sta psicologicamente distruggendo una generazione. Un imprenditore è impossibilitato a liberarsi di un dipendente di una certa età che gioca a battaglia navale in ufficio per sostituirlo con un giovane poliglotta, esperto di tecnologie, con una formazione manageriale impeccabile.
Ci sono poi i liberi professionisti per scelta. Chi magari non vuole stare in un ufficio come in una gabbia tutto il giorno. Persone che devono però darsi da fare perché il loro contratto scade. Devono ottenere risultati tangibili. Quanti di costoro, negli anni di questa crisi, dal 2009 a oggi, si sono sentiti dire: “Sei bravo, ma devo rinunciare a te. Sono costretto a tenermi il grigio impiegato col contratto a tempo indeterminato”.
Poi c’è la cassa integrazione, un sistema per cui un imprenditore di settimana in settimana può mettere in stand by i suoi dipendenti. Intanto lo Stato paga parte degli stipendi e quando gli ordini tornano, l’imprenditore sospende la cassa integrazione. Un sistema parassitario. Un vero imprenditore che ha guadagnato quando le cose andavano bene, è giusto che ricorra ai suoi risparmi. Se non vuole rischiare, chiuda, apra un ristorante o  investa in immobili. Anche i lavoratori, abituati a passare di mese in mese dalla cassa integrazione allo stipendio pieno, vivono ormai la cassa integrazione con rassegnazione, si consenta la metafora, quasi come una sorta di vacanza. Certo in pochi cercano un’ altra occupazione come spinti dalla disperazione.

Il World economic forum nel suo rapporto annuale sull’efficienza dei mercati del lavoro colloca l’Italia al 141° posto su 144 circa le norme su assunzione e licenziamento.
C’è un grande equivoco nella mentalità degli italiani. Il lavoro non è un diritto ma una conquista meritocratica. Scrivendo che l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro, i padri costituenti probabilmente volevano dire che lo Stato garantisce le condizioni economiche e sociali affinché ciascun cittadino si realizzi va da sé ottenendo la propria autonomia economia. Certo non pensavano che un individuo abbia il diritto di starsene in poltrona ad aspettare una telefonata di assunzione perché comunque lo Stato gli deve garantire il posto fisso.

Ernesto Vergani
 

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lavoroarticolo 18legge di stabilità
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