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Economia
Renzi, un ciclone anticiclico

di Andrea Deugeni
@andreadeugeni

Un intervento così non si vedeva dai tempi della manovrona di Amato. Matteo Renzi imbraccia il bazooka per la mission della crescita. Nel giorno in cui i numeri dell'Istat elaborati in base ai nuovi metodi statistici recentemente introdotti su base europea confermano la stagnazione dell'Italia, che non cresce dal 2011 e lo spread torna a salire a 170 punti base a causa della Grecia facendo riafforare antichi fantasmi, il governo mette sul piatto 36 miliardi di risorse per azionare più leve di politica economica e invertire così il ciclo del Pil. Un tempismo perfetto che ha raccolto i suggerimenti del presidente della Bce Mario Draghi (che pure con la politica monetaria ci ha messo del suo per far tornare la crescita in Eurolandia) e che cerca di sterilizzare anche i timori di un eventuale rallentamento dell'economia tedesca. Frenata dalle conseguenze potenzialmente pericolose per i bilanci dei Paesi periferici. 

Il governo ha messo in cantiere 18 miliardi di riduzione delle tasse, la più importante sforbiciata alla pressione fiscale nella storia repubblicana. Le leve che il duo Renzi-Padoan ha deciso di azionare sono quelle del reddito disponibile e dei consumi che impattano sulla domanda interna e poi quelle degli investimenti, privati e pubblici. "Vogliamo stimolare gli investimenti e l'occupazione", ha sottolineato infatti in conferenza stampa il numero uno di Via XX Settembre Pier Carlo Padoan.

La prima: reddito disponibile e consumi. La fetta maggiore dei 18 miliardi di taglio delle tasse, poco meno di un terzo del totale della ex Finanziaria, è destinata alla conferma del bonus Irpef in busta paga da 80 euro al mese, riduzione che costa 9,5 miliardi. Soldi a cui da giugno 2015 andrà a sommarsi, sempre nella busta paga dei lavoratori dipendenti che lo vorranno, l'anticipo della mensilità aggiuntiva annuale del Trattamento di fine rapporto. A produrre reddito disponibile, tra le altre voci di spesa della legge di Stabilità, c'è poi il taglio del versamento dei contributi da parte delle imprese per tre anni per i neo- assunti: su questa voce il governo punta 1,9 miliardi e gli 800 milioni di euro per ridurre le spese burocratiche delle partite Iva che guadagnano meno di 15 euro annui.

La seconda: gli investimenti. La novità accolta con il maggior interesse dal mondo confindustriale è il taglio dell'Irap da 5 miliardi: dal 2015 le imprese potranno dedurre per intero il costo del lavoro dalla base imponibile che serve per calcolare l'imposta. Una mossa non da poco, che significherebbe (nelle grandi aziende che impiegano molti lavoratori e hanno un business "labour intensive") andare a risparmiare il 65% dell'imposta (è un mantra degli imprenditori che da anni chiedono l'abolizione totale), soldi da destinare poi agli investimenti. Per le piccole il conto scenderebbe non di poco (sotto il 10% di risparmio), ma sarebbe comunque un sollievo importante: secondo le stime, l'impatto sul Pil è di 0,1 punti percentuali subito e poi di 0,4 punti a regime. II monte dei risparmi per le imprese poi salirà anche grazie al taglio del versamento dei contributi per tre anni per i neoassunti, misura che, insieme alla sostanziosa sforciciata dell'Irap, potrebbe liberare in azienda altri 8mila euro l'anno di risorse per ogni neoassunto da 22 mila euro di reddito lordo.

Infine, Renzi ha deciso di azionare anche la leva keynesiana degli investimenti pubblici: ai Comuni infatti è stato garantito uno spazio di 1 miliardo sul patto di Stabilità. Insomma, il premier, il più giovane di sempre ma anche il più generoso finora nell'aprire i cordoni della borsa, ha messo in campo l'artiglieria completa della politica fiscale per centrare il prossimo anno l'obiettivo della crescita. Ora, speriamo che a rendere impossible la mission non ci si metta, con rigurgiti troppo rigoristici, la solita Europa in salsa teutonica.

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