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L’IA ruba davvero il lavoro? L’esperto: “I programmatori quelli più a rischio. Ma i licenziamenti possono essere un boomerang, ecco perché”

L’intervista di Affaritaliani al docente di crossmedialità sull’impatto dell’intelligenza artificiale nel mondo del lavoro

L’IA ruba davvero il lavoro? L’esperto: “I programmatori quelli più a rischio. Ma i licenziamenti possono essere un boomerang, ecco perché”

Snapchat licenzia 1000 dipendenti per l’intelligenza artificiale, l’analisi di Edoardo Fleischner: “La categoria dei softweristi più a rischio. I licenziamenti? Possono essere un boomerang”

La società Snap, proprietaria dell’app Snapchat, ha annunciato un taglio significativo del personale: circa il 16% della forza lavoro, pari a mille dipendenti. La decisione, comunicata il 15 aprile 2026 dal CEO Evan Spiegel, è motivata dai rapidi sviluppi dell’intelligenza artificiale, che permettono all’azienda di svolgere le stesse attività con team più ridotti. Secondo le stime interne, questa riorganizzazione dovrebbe generare risparmi per circa 500 milioni di dollari entro la seconda metà dell’anno. Il caso Snap si inserisce in una tendenza più ampia che sta attraversando il settore tecnologico nel 2026, dove sempre più aziende stanno collegando i licenziamenti all’adozione dell’IA.

Secondo Edoardo Fleischner, docente di crossmedialità all’Università Statale di Milano, conduttore di “Media e dintorni” su Radio Radicale e firma de “La Ragione”, si tratta di una dinamica tutt’altro che inattesa: “È una notizia preannunciata che non mi stupisce affatto. Ogni giorno si registrano ondate di licenziamenti da decine di migliaia di dipendenti in tutto il mondo: Europa, Stati Uniti, India, Cina. La reazione immediata del taglio del personale può essere sana se ben guidata, ma può anche trasformarsi in un boomerang, di cui ci si pente nel giro di pochi mesi”.

Parlando ad Affaritaliani, il docente sottolinea come la dinamica si ripropone ormai in pianta stabile dal novembre 2022, quando è stato lanciato ChatGPT: “Si è ripetuto ciò che accade con ogni innovazione: si è subito parlato di perdita di posti di lavoro, come avvenne con l’arrivo dell’automobile che sostituì le carrozze. Negli ultimi tre anni, però, abbiamo iniziato a vedere concretamente dove questi posti si perdono. Uno studio recentissimo di ADP, che analizza il settore degli sviluppatori software, un ambito centrale per il funzionamento dell’economia globale, mostra un dato significativo: nella fascia iniziale di carriera, tra i 22 e i 25 anni, si è registrato in soli tre anni un crollo rilevante delle opportunità. Anche nella fascia semi-junior, tra i 26 e i 30 anni, si osserva una diminuzione della domanda. Parliamo proprio del campo in cui l’intelligenza artificiale è più impattante. Al contrario, per i lavoratori più esperti, sopra i 30 anni, la domanda cresce: sono quelli che riescono a dominare lo strumento. La parola chiave è proprio questa:dominare il mezzo. Se si domina la tecnologia, il lavoro non si perde. Ma dominare significa acquisire competenze, e non è semplice per manager e quadri intermedi, spesso lontani da queste materie. Eppure è necessario: bisogna lavorare e studiare costantemente per restare al passo, così da prendere il toro per le corna”.

L’effetto boomerang

L’intelligenza artificiale, infatti, cambia la struttura delle aziende e i processi decisionali, rivoluzionandoli completamente. Se non si domina l’intera filiera, il risultato è il taglio dei lavori più ripetitivi. “Ci sono settori, come sanità e finanza, dove l’impatto è minore perché l’IA era già utilizzata prima dell’arrivo di ChatGPT e dell’IA generativa. Non va dimenticato che l’integrazione dell’IA nelle aziende era intorno al 6% e oggi è circa al 10%: una crescita, ma ancora limitata. Integrare davvero questi sistemi nei processi produttivi richiede tempo”, dice Fleischner. L’esperto sottolinea come, in generale, la prima reazione all’ingresso di nuove tecnologie è spesso il licenziamento. Ma c’è anche un effetto boomerang: alcune aziende, dopo pochi mesi, ammettono di aver sbagliato.

“Sono dinamiche già viste con tutte le innovazioni. Se prima si sostituivano braccia e gambe, oggi si interviene sulla mente. In alcuni casi i licenziamenti sono stati quasi un riflesso condizionato, senza una reale necessità produttiva ma per logiche finanziarie. Si parla anche di ‘AI washing’: usare l’intelligenza artificiale come giustificazione per ristrutturazioni. Ma le riorganizzazioni devono rendere i processi efficienti, non solo convenienti sul piano finanziario. Quando manca l’efficienza, il rischio è un effetto boomerang. Un’azienda non può basarsi su meccanismi così rapidi: non è solo una questione umana, ma di produttività e capacità di restare sull’onda, senza esserne travolta”, spiega il docente. Ma non tutti i settori sono esposti allo stesso modo all’impatto dell’intelligenza artificiale:

“Si salvano soprattutto i settori infrastrutturali e più orizzontali, come la sanità. Un ambito trasversale, che attraversa molte strutture e funzioni diverse: proprio per questo il rischio è più contenuto. La finanza, invece, è un caso differente: qui non siamo semplicemente nell’ambito dell’intelligenza artificiale, ma in quello del supercalcolo. L’IA, in sostanza, calcola e restituisce risultati. Il fatto che oggi ci si possa anche dialogare sorprende molti, ma non chi da anni utilizza tecnologie simili: pensiamo, ad esempio, a chi, per disabilità, interagisce con il computer tramite la voce, o ai medici che dettano direttamente al sistema. Queste erano già forme di intelligenza artificiale, anche se non venivano chiamate così. Tutte le tecnologie nascono in ambiti poco visibili e poi, a un certo punto, esplodono. Quella che vediamo oggi è un’ ‘IA di largo consumo’: non ancora una commodity, ma sicuramente qualcosa che, prima del 2022, era utilizzato quasi esclusivamente da specialisti”, spiega Fleischner.

Sul tema della polarizzazione con la quale spesso viene declinata la questione, l’esperto sottolinea come si tratti di una dinamica inevitabile: “La polarizzazione non si evita. Ognuno, nel tempo, costruisce la propria esperienza e decide se una tecnologia funziona oppure no. È sempre stato così: c’è chi ha paura degli aerei o dei treni. Già Umberto Eco, in Apocalittici e integrati, spiegava che le persone tendono a semplificare dividendo tutto in buono o cattivo, benefico o dannoso. Oggi, però, c’è una differenza: l’intelligenza artificiale non sostituisce più solo le braccia o le gambe, ma interviene sul cervello. Ed è proprio qui che diventa più difficile ragionare in modo equilibrato. Si creano così due schieramenti: da una parte chi vede nell’IA una nuova opportunità evolutiva, dall’altra chi la considera una minaccia. Ma la polarizzazione esiste da sempre. Si dice spesso che la dimensione umana non sia sostituibile. In realtà, in alcuni ambiti, può esserlo, ed è proprio questo che rende il dibattito così complesso”, conclude.

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