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Economia


 

ligresti della valle nagel

Di Luca Spoldi

Politici, banchieri e imprenditori, ma anche direttori di giornali e frequentatori dei "giri che contano" della Seconda Repubblica. Sono in tanti a monitorare in queste ore con una certa apprensione il flusso di notizie che i nuovi (e i vecchi) media italiani alimentano attorno alla vicenda dell'arresto di Salvatore Ligresti e di tre dei suoi figli (il terzogenito, Gioacchino Paolo Maria, già nei consigli di amministrazione di società, assicurazioni e banche d'affari che in questi anni sono andate dal Milan a Fondiaria-Sai, da Banca Gesfid a Star Management, è tuttora latitante/residente in Svizzera).

Del resto "don" Salvatore Ligresti, classe 1932, originario di Paternò, dal finire degli anni Cinquanta tra i principali protagonisti del settore immobiliare milanese prima e della scena economico-finanziaria italiana poi, nel corso della propria avventura imprenditoriale e umana ha sempre mantenuto un profilo volutamente "basso", con pochissime interviste (se ne ricorda solo una ufficiale, nel 1986, concessa ad Anna Di Martino de Il Mondo, settimanale economico del gruppo Rcs MediaGroup di cui lo stesso Ligresti era socio), nonostante sia più volte finito sotto i riflettori per certe sue presunte amicizie più o meno "pericolose".

Se solo volesse parlare ancora una volta Don Salvatore ne avrebbe di cose da raccontare, visto l'elenco di persone e società con cui ha fatto affari e di cui è stato nel corso dei decenni amico o socio: da Raffaele Ursini, da cui "erediterà" la quota di controllo di Sai (nata come compagnia "captive" del gruppo Fiat), a Raffaele Sindona, che gli cedette la Richard Ginori. Se queste vicende, in pieni anni Settanta, sono ormai buone per i libri di storia economica, qualche maggior imbarazzo potrebbero causare le memorie e i retroscena che il patriarca dei Ligresti conosce in merito a tante nomine di amministratori e direttori del gruppo Rcs (alcune delle quali, si racconta, vennero preannunciate nel corso di cene al Tanka Village prima dell'annuncio ufficiale con tanto di applauso della platea).

Non è poi un mistero che l'imprenditore siciliano sia sempre stato abile nel gestire i suoi rapporti col "palazzo", stringendo rapporti più che cordiali dapprima col missino Antonino La Russa (padre di Ignazio e già "padrino" di Raffaele Ursini), poi col leader socialista Bettino Craxi (che avrebbe fatto pressione nel 1987 su Nerio Nesi, allora presidente di Bnl, affinché concedesse un finanziamento ai Ligresti, il cui rifiuto portò all'intervento di Mediobanca che fece quotare Premafin in borsa), ma anche con l'allora sindaco di Milano, Carlo Tognoli, e con l'assessore all'Urbanistica Maurizio Mottini (comunista). Infine negli anni più recenti, rapporti anche con Silvio Berlusconi (che lo volle tra gli "investitori patrioti" chiamati dall'allora premier italiano, nel 2009, a rilevare in cordata ciò che restava di Alitalia). Soci insieme fino al 2007 nel salotto romano del patto di sindacato della Capitalia di Cesare Geronzi.

Negli anni il "Mister 5%" come solo ora la stampa italiana osa chiamarlo è stato socio dell'Agricola Finanziaria di Raul Gardini (3,7%), poi morto suicida in piena "tangentopoli", della Pirelli di Tronchetti Provera (5,4%), della Cir di Carlo De Benedetti (5,2%), dell'Italmobiliare di Giampiero Pesenti (5,8%), oltre che della già ricordata Rcs MediaGroup (5,3%). Nulla è mai trapelato dalle sua labbra circa i giochi di potere, gli scambi di favore, i compromessi e gli scontri consumatisi nelle ovattate stanze dei "salotti buoni" italiani che anzi ha saputo più volte spostare i riflettori dove maggiormente poteva servire per costruire un'immagine immacolata di imprenditore-filantropo, tra i sostenitori, ad esempio, delle iniziative di microcredito portate avanti dal premio Nobel Muhammad Yunus (il "banchiere dei poveri").

Qualche volta l'operazione non è andata a buon fine, come nel caso della tormentata vicenda dei terreni prima "donati" all'Istituto europeo di oncologia di Umberto Veronesi, poi richiesti indietro da società del gruppo Ligresti. Nel complesso però la gestione dei rapporti coi "poteri forti" è filata liscia sino quasi all'ultimo, poche settimane prima della definitiva caduta in disgrazia. Così la sola ipotesi che ora l'ingegnere di Paternò possa decidere di togliersi qualche sassolino dalle scarpe e fare luce sulle vicende economico-politico-mediatiche italiane degli ultimi 50 anni sta già facendo perdere il sonno a più d'uno, dicono. Anche nella stessa Procura di Milano, titolare di alcuni filoni dell'inchiesta FonSai, dove alcuni giudici, si dice, abbiano preso casa dallo stesso Ligresti. Se don Salvatore parlasse...

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