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L’uomo che nessuna banca può permettersi di ignorare

Da oltre quindici anni è il volto della FABI, ma ridurre la sua figura a quella di un semplice leader sindacale sarebbe un errore

L’uomo che nessuna banca può permettersi di ignorare

Sileoni, l’uomo che nessuna banca può permettersi di ignorare

I sindacati dei bancari presenteranno il 16 luglio in ABI, le loro richieste per il rinnovo del contratto nazionale di lavoro, approvate a stragrande maggioranza in centinaia di assemblee sindacali. La partita sta per iniziare. Nel panorama del sindacalismo italiano esistono dirigenti che commentano gli eventi e dirigenti che li influenzano. Lando Maria Sileoni appartiene alla seconda categoria.

Da oltre quindici anni è il volto della FABI, il sindacato più rappresentativo del settore bancario, ne è il segretario generale, ma ridurre la sua figura a quella di un semplice leader sindacale sarebbe un errore. Nel tempo ha costruito qualcosa di più raro: un ruolo riconosciuto anche dagli interlocutori che, per mestiere, dovrebbero essergli contrapposti.

Amministratori delegati, presidenti di banca, autorità fuori e dentro il settore del “Credito” conoscono un principio ormai consolidato: quando nel settore bancario italiano si apre una partita importante, la posizione della FABI non è un dettaglio. È una variabile. Non perché il sindacato possa fermare le operazioni finanziarie, ma perché può modificarne il costo politico e sociale. Sileoni ha compreso prima di molti altri che il sindacato del XXI secolo non può vivere soltanto nelle assemblee o ai tavoli negoziali. Deve abitare lo spazio pubblico.

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Per questo ha trasformato la comunicazione in uno strumento di rappresentanza. Le centinaia di presenze televisive e radiofoniche accumulate negli ultimi anni non sono semplice esposizione mediatica: rappresentano una strategia. Parlare ai cittadini e contemporaneamente ai lavoratori bancari. Spiegare operazioni finanziarie complesse con un linguaggio comprensibile.

Portare nelle case degli italiani temi che, fino a pochi anni fa, erano confinati nelle pagine economiche. E tutto questo ha reso inevitabilmente più simpatici e accattivanti proprio gli stessi lavoratori bancari italiani che da sempre, a torto, sono considerati dei privilegiati.

È probabilmente questa la sua innovazione più significativa. Mentre gran parte del sindacalismo tradizionale continua a parlare con linguaggi farraginosi, Sileoni ha scelto di parlare al Paese. Lo si è visto durante le grandi fusioni bancarie, nelle battaglie contro le pressioni commerciali, argomenti portati a conoscenza delle commissioni di inchiesta parlamentari, nella denuncia della chiusura selvaggia di sportelli bancari e, più recentemente, nel confronto sul risiko del credito italiano.

Le sue posizioni raramente sono ideologiche. Più spesso sono pragmatiche. Non parte dal presupposto che ogni fusione sia negativa. Chiede invece che ogni operazione venga giudicata anche attraverso il suo impatto sulle persone: occupazione, presenza territoriale, qualità del servizio, ridistribuzione della ricchezza prodotta. Una chiave di lettura che ha contribuito a riportare il lavoro al centro del dibattito sulle banche.

Il suo stile divide. È diretto, talvolta duro, poco incline ai formalismi. Preferisce assumersi il rischio di una frase netta piuttosto che rifugiarsi nell’ambiguità diplomatica. Gli estimatori parlano di autenticità. I critici di eccessiva personalizzazione. Entrambe le letture contengono una parte di verità.

Sileoni interpreta infatti un modello di leadership molto riconoscibile, nel quale il leader coincide spesso con il messaggio. È una scelta che espone maggiormente alle critiche, ma che ha anche consentito alla FABI di acquisire una visibilità pubblica ed un peso politico senza precedenti nel sindacalismo di categoria. Dietro questa esposizione mediatica rimane però il negoziatore. Negli ultimi rinnovi contrattuali ha guidato trattative che hanno prodotto incrementi economici di rilievo per i lavoratori bancari, consolidando la percezione di un sindacato capace di ottenere risultati concreti. È probabilmente questo, più della comunicazione, il capitale politico che alimenta la sua autorevolezza.

Ma un’altra, più importante sfida, comincia adesso. L’intelligenza artificiale, la digitalizzazione, il consolidamento del sistema bancario europeo e la progressiva riduzione delle filiali stanno ridisegnando il settore con una velocità sconosciuta fino a pochi anni fa, con il rischio concreto di un’ulteriore perdita di posti di lavoro.

Per il sindacato non sarà sufficiente difendere ciò che esiste. Dovrà contribuire a progettare ciò che verrà. Se vorrà lasciare un’eredità politica oltre che sindacale, Sileoni dovrà riuscire a fare un passo ulteriore: trasformare la FABI da protagonista del presente a laboratorio del futuro del lavoro bancario.

È lì che si misurerà definitivamente il peso della sua leadership. Perché i grandi leader sindacali non vengono ricordati soltanto per i contratti che hanno firmato. Vengono ricordati per aver cambiato il modo in cui un’intera categoria immagina il proprio futuro. Per questi motivi si candida a guidare l’organizzazione da gennaio del 2027 per altri quattro anni.