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Economia
gabriello mancini

''Ad oggi non rifarei l'ultimo aumento di capitale del 2011 (da 2,4 miliardi), ma era ineludibile sia per le pressioni a livello nazionale, come quelle del Mef, sia per l'impossibilita' di non aderire cosi' a ridosso dell'annuncio pena il rischio di farlo fallire e sia per le istanze della comunita' senese a non diluire la quota di partecipazione nella banca Mps''. Cosi' Gabriello Mancini, presidente della Fondazione, nel corso della conferenza stampa di fine mandato. L'aumento di capitale del 2011 fu finanziato per la parte di competenza della Fondazione in gran parte a debito (600 milioni) e deciso sulla base del Piano d'Impresa 2011-15, chiamato ''Ambizione 2015''.

Un business plan risultato ''non realizzabile'' subito dopo l'avvenuta ricapitalizzazione. ''I piani industriali sono di per se' ottimisti, va detto che molti analisti lo considerarono prudente dal lato degli obiettivi del taglio dei costi e di aumento dei ricavi, certo le previsioni sulla crescita del Pil erano troppo ottimiste'', ha sottolineato Claudio Pieri, Dg della Fondazione Mps. Il piano d'impresa redatto dalla banca, allora guidata da Giuseppe Mussari (presidente) e Antonio Vigni (Dg), prevedeva un crescita media annua del Pil tricolore dell'1,5%. Ad esempio quello di Intesa SanPaolo prevedeva una crescita media annua del Pil dell'0,7%.

Le scelte della Fondazione Mps "sono state effettuate su dati poi risultati falsi e in adesione, ripeto, a una interpretazione rigida del concetto di controllo della Banca. Solo successivamente - e a crisi ormai conclamata - questa interpretazione, dimostratasi troppo rigida - ha concluso Mancini - ha trovato una diversa declinazione e sono improvvisamente scomparsi molti di coloro che giudicavano tale limite come irrinunciabile e indiscutibile". Anche riguardo all'affaire Antonveneta Macini si tira fuori: "Non mi sono opposto alla fusione perché non ho mai saputo di questo progetto".



 

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