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Economia
Montepaschi, Serra coglie nel segno. Mps valuta aumento da 5 mld. Titolo ko

di Andrea Deugeni
twitter@andreadeugeni

Quelle parole erano passate quasi inosservate. Eppure sul Montepaschi Davide Serra, l'ex enfant prodige della finanza italiana che alle Assicurazioni Generali di Trieste ricordano ancora con un certo timore per le sue invettive contro l'anomala governance della compagnia, aveva colto nel segno. Intervistato da Oscar Giannino ai microfoni di Radio24 poco più di una settimana fa, il numero uno del fondo Algebris aveva sentenziato che per la banca guidata da Alessandro Profumo e Fabrizio Viola servivano almeno sei miliardi di euro di aumento di capitale, almeno il doppio di quanto invece preventivato dai vertici di Rocca Salimbeni.

Il finanziere aveva motivato le sue stime puntando il dito sui tassi di copertura delle sofferenze e crediti incagliati in vista della cosiddetta asset quality review, ovvero i test sui conti delle banche del Vecchio Continente che a novembre passeranno sotto la vigilanza unica della Banca Centrale Europea. A distanza di 10 giorni, le dichiarazioni di Serra si sono trasformate in rumors che Mps non ha smentito e che hanno terremotato il titolo a Piazza Affari. A metà mattinata, il gruppo senese in una nota si è limitato a dire che, “a seguito della pubblicazione del manuale dell’aqr e quindi della indicazione delle attività, dei criteri e delle metodologie che saranno seguite”, “nonché dei colloqui intercorsi con l’Autorità di Vigilanza“, sta valutando “le implicazioni” dell’esame Ue “in relazione all’ammontare necessario per poter realizzare entro l’esercizio il rimborso dei Nsf (i cosiddetti Monti Bond, ndr) previsto dai commitments presi nei confronti della Commissione europea”.

Secondo le indiscrezioni, l’aumento di capitale potrebbe arrivare fino a 5 miliardi di euro e l’obiettivo sarebbe quello di rafforzare il più possibile il patrimonio in vista dell’”esame” della Bce sui bilanci dopo aver rimborsato integralmente i 4 miliardi di Monti-bond (strumenti finanziari convertibili in azioni) emessi all’inizio del 2013 e sottoscritti dal ministero delle Finanze.

In caso di mancato rimborso, il Tesoro diventerebbe socio di maggioranza della banca. L’ipotesi, ancora al vaglio delle banche che fanno parte del consorzio di garanzia in campo per l’operazione attesa per maggio, ha affossato il titolo in borsa per il secondo giorno di fila che oggi è crollato del 9,61% (a 0,2268 euro) per finire poi in asta di volatilità. Riammesso alle negoziazioni, a metà seduta ha ceduto l’8,37% a 0,22 euro e la Consob ha vietato le vendite allo scoperto. Ma non è bastato a fermare il fuoco di fila sulla banca senese che ha chiuso in calo del 10,4%. Non era andata molto meglio lunedì, quando evidentemente le indiscrezioni sull’operazione si erano già diffuse nelle sale operative e chi sapeva ha venduto a piene mani il titolo che ha perso il 5,32% a 0,251 euro.

Se l’aumento arrivasse davvero a quota 5 miliardi, sarebbe uno dei più rilevanti del panorama bancario europeo. E sarà necessario verificare l’appetibilità della banca per gli investitori: i fondi istituzionali come BlackRock e Vanguard si sono dimostrati interessati a crescere nell’azionariato della banca senese e avrebbero mostrato la volontà di partecipare all’aumento di capitale, ma un aumento di capitale più grande di quanto preventivato rischierebbe di vanificare lo sforzo della fondazione Mps che vuole continuare a esercitare un ruolo attivo nella governance del gruppo attraverso un patto di sindacato con i fondi Fintech Advisory e a Btg Pactual Europe.

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