Economia
Mps–Mediobanca, il delisting da 3 miliardi divide il mercato. Rischio boomerang per gli azionisti
L’incertezza intanto fa volare il titolo di Mediobanca

Mps–Mediobanca, il delisting da 3 miliardi divide il mercato
C’è una gran discussione sulla possibile fusione tra Monte Paschi di Siena e la controllata Mediobanca, sulla quale sta lavorando alacremente l’amministratore delegato, Luigi Lovaglio, come unica possibilità, avrebbe detto ai suoi più stretti collaboratori, di perseguire i 700 milioni di euro di sinergie promesse alla Bce.
Un nuovo piano industriale, annunciato per le prossime settimane, che il Cda di Mps, impegnato nel proprio rinnovo, ancora non ha visto ma che già suscita parecchie perplessità. Prima di tutto per i costi del delisting, che ai prezzi di Opas dell’autunno scorso, costerebbe circa 3 miliardi di euro. Le azioni di Mediobanca, infatti, viaggiano ben al di sotto dei valori dell’offerta Mps (alla quale si dovrà fare riferimento in caso di Opa residuale), perché da allora Piazzetta Cuccia è scesa (-9,7% dalla chiusura dell'Opas), Mps invece ha corso (+16,3%).
In sintesi, l’opas di Lovaglio prevedeva un corrispettivo di 2,533 azioni Mps più 0,90 euro in contanti per ogni azione Mediobanca. Agli attuali corsi azionari, si tratta di 24,25 euro ad azione (pari a circa 3 miliardi di euro appunto per i 120 milioni di titoli ancora sul mercato) a fronte di una Piazzetta Cuccia che ora vale solo 18,8 euro ad azione. A questi va aggiunto circa mezzo miliardo di spese necessarie ad attivare le sinergie, e si arriva tranquillamente a un esborso per Mps di circa 3,5 miliardi per conseguire 700 milioni di risparmi da sinergie tra le due banche.
Tra le motivazioni di un delisting e della successiva fusione tra Mps e Mediobanca viene avanzata la necessità di essere coerenti con ciò che era stato promesso alla Bce in fase di presentazione di offerta pubblica di scambio. Un impegno – si dice – preso dallo stesso Lovaglio e dal Cda di Mps che deve essere rispettato per coerenza anche di fronte agli azionisti. In realtà a leggere il prospetto presentato il 3 luglio scorso, e ancora pubblico sul sito della banca, non è proprio così.
Anzi. A pag. 79 si legge che nel caso di possesso di meno del 90% delle azioni di Mediobanca (ha oggi l’86,35%) si prevede “il mantenimento della quotazione delle Azioni Oggetto dell’Offerta ad esito dell’Offerta stessa, come riaperta, salvo il caso di scarsità del flottante”. E ancora, a pag. 181, “si precisa che ogni riferimento agli effetti derivanti dall’integrazione, combinazione, aggregazione di Mps e Mediobanca in conseguenza dell’Offerta non richiedono il verificarsi dell’eventuale fusione per incorporazione di Mediobanca in Mps o in altra società del Gruppo Mps…”.
Insomma, il delisting rischia di trasformarsi in un bel problema per gli azionisti di Mps. La fusione, inoltre, non rappresenta un impegno assunto con la Bce, ma solo una delle opzioni strategiche sul tavolo. Le sinergie potrebbero infatti essere perseguite attraverso soluzioni alternative, come una riorganizzazione delle attività — ad esempio la fusione tra Widiba e Mediobanca Premier e un consistente taglio dei costi. Non va infine esclusa un’ipotesi diversa, cioè aumentare il flottante di Mediobanca così che Mps possa incassare qualche miliardo utile per nuova espansione.
L’incertezza intanto fa volare il titolo di Mediobanca che oggi è salito di circa il 6% a tutto vantaggio della speculazione e con rischi enormi per gli azionisti di Mediobanca e di Mps. Una situazione che la Consob sta monitorando con attenzione.
