Ogni battaglia identitaria rischia ormai di essere fuori luogo, fuori tempo e perfino demagogica. Continuare a parlare di difesa della nostra civiltà e delle nostre tradizioni, mentre siamo noi i primi a non trasmetterle alle generazioni future, assomiglia a quello che in medicina viene definito accanimento terapeutico. Il Dossier Natalità 2026 intitolato “Volere e Potere” in collaborazione con l’stat, ci mette ancora una volta davanti a numeri che non lasciano spazio ad illusioni. Nel 2025 in Italia sono nati 355 mila bambini e sono morte 652 mila persone. Il saldo naturale è stato quindi negativo per quasi 300 mila unità. Il tasso di fecondità è sceso a 1,14 figli per donna, mentre per mantenere stabile la popolazione sarebbe necessario arrivare almeno a 2,1. In 60 anni abbiamo perso quasi due nascite su tre. Con il ritmo attuale servono quasi tre anni per mettere al mondo lo stesso numero di bambini che nasceva in un solo anno nel 1964. Definire tutto questo “inverno demografico” è quasi rassicurante, perché dopo ogni inverno dovrebbe arrivare la primavera.
Il problema è che qui non sembrano esserci più le stagioni. Siamo davanti a una trasformazione profonda permanente della società
italiana. Secondo il Dossier, il 62,2% delle persone rinuncia ad aver figli a causa di difficoltà economiche, lavorative e sociali. Soltanto il 5,5% afferma che avere figli non rientra nel proprio progetto di vita. Quasi una donna su tre teme inoltre conseguenze negative sulla propria carriera in caso di maternità. Sono dati importanti che nessuno vuole contestare. E’ evidente che la precarietà, il costo delle case e gli stipendi bassi, la mancanza di asili nido e la difficoltà nel conciliare famiglia e lavoro abbiano un peso enorme.
Servono quindi aiuti economici, servizi, sostegni alla maternità e maggior sicurezza lavorativa. Ma pensare che il problema possa essere risolto soltanto con un assegno, un bonus o qualche posto in più negli asili significa guardare una parte della realtà e ignorare tutto il resto. La crisi demografica è forse una crisi culturale. I figli non sono considerati più una continuità della nostra vita ma vengono percepiti come un costo e un ostacolo al benessere della coppia. Abbiamo costruito una società, sì più libera, ma concentrata solo sugli interessi personali. Alla crisi delle nascite si accompagna la crisi della famiglia dove spesso aumentano le separazioni con una “cultura del provvisorio” per cui ogni legame può essere messo in discussione e la nascita di un figlio è sempre rinviabile fino a che diventa troppo tardi.
Le soluzioni non sono però un ritorno al bigottismo o a una visione dove la donna viene ridotta al ruolo solo di madre. Nessuno deve essere obbligato ad avere figli come nessuno deve essere giudicato per le sue scelte personali. Gli interventi economici sono indispensabili, ma da soli non bastano. Il moralismo non convince nessuno e la propaganda identitaria non fa nascere bambini. Serve
una nuova cultura capace di presentare la famiglia e l’accoglienza della vita non come un obbligo una rinuncia, ma come una possibilità realizzare il futuro. Altrimenti continueremo difendere a parole una civiltà che, nei fatti, abbiamo già condannato a termine.
Avv. Antonio Mazzocchi, Presidente dei Cristiano Riformisti

