La tensione è stata massima. Oltre alle scosse telluriche in Leonardo, che hanno portato a un inatteso ribaltone, anche la vicenda di Giuseppina Di Foggia ha lasciato una coda di nervosismo. La manager, dopo tre anni al timone di Terna, è stata collocata in Eni, come presidente. Un ruolo di grande prestigio, anche se con deleghe meno operative. E qualcuno ha ricordato malignamente che si tratta anche della presidenza con lo stipendio più alto. Ma la conclusione della sua avventura a Terna è coincisa con la stucchevole querelle sulla sua liquidazione. Certo, il lavoro approssimativo è stato fatto in sede di stesura del contratto, quando non si è inserita una clausola già approvata dal Mef per cui chi viene ricollocato da una partecipata a un’altra perde il diritto a ottenere una buonuscita che vada oltre i normali canoni legali.
Il tema qui è notevole: a chi rammentava i nomi di Stefano Donnarumma e Luigi Ferraris, entrambi usciti da Terna, forse bisogna ricordare due cose. La prima è che entrambi, per un periodo di tempo di un anno, sono rimasti senza poltrona pubblica. La seconda è che comunque, nonostante fossero formalmente rimasti senza una nomina immediata, hanno ottenuto una cifra che è poco più della metà di quella che avrebbe voluto pretendere la Di Foggia.
Il comunicato emesso da Terna l’altra sera, comunque, dovrebbe chiudere definitivamente la questione. Alla manager, ovviamente, qualcosa spetta eccome. E ci mancherebbe. Ma certo non potranno essere i 7,3 milioni dibattuti e forse neanche le cifre dei suoi due predecessori. In Terna adesso si preannuncia una nuova stagione, di pacificazione dopo mesi un po’ tesi. Il nuovo amministratore delegato, Pasqualino Monti, sta iniziando a conoscere l’azienda, anche se formalmente entrerà in carica solo dopo il 12 maggio.
Lo stesso si può dire anche di Stefano Cuzzilla, il nuovo presidente che ha un track record importante: è consigliere di amministrazione di Cdp e presidente di Trenitalia, ruoli che ha già annunciato che abbandonerà non appena sarà entrato in carica “per fare le cose per bene” (come ha ripetuto al suo entourage). È stato anche presidente di Federmanager in una stagione di grande espansione della federazione dei dirigenti ed è tutt’oggi numero uno di CIDA. A lui si guarda come a una figura di pacificazione, molto apprezzato per la sua conoscenza delle dinamiche industriali ma anche per la capacità di gestione delle risorse umane.
Cuzzilla, come detto, lascerà la poltrona di presidente di Trenitalia, dove il ministro Matteo Salvini, così come per Anas e Rfi, solo per citare le poltrone più importanti delle partecipate di Ferrovie, dovrà decidere come agire, se confermando gli amministratori delegati o se invece procedendo a una riorganizzazione che però ancora – per fortuna – non ha visto partire la ridda dei nomi. Come si sa, il ballo delle nomine non finisce mai.
Perché mentre la poltrona delle sei principali aziende di Stato, quotate, è stata occupata dai nuovi cda, inizia già a profilarsi all’orizzonte il 2027, quando si dovrà decidere chi far sedere sul “trono” di Cassa Depositi e Prestiti. La gestione di Dario Scannapieco, ancorché soddisfacente dal punto di vista dei numeri, viene considerata a volte un po’ “soft”, come nel recente caso della Borsa Italiana e del peso dei francesi. Se si dovesse decidere per un cambio del vertice, lì sì che i nomi si sprecano. Quali? Affaritaliani ve li comunicherà a mano a mano che le ipotesi si faranno più concrete.

