Moda italiana in crisi, ma non per tutti: chi diversifica la filiera continua a crescere
Il 2025 si è chiuso con una contrazione dell’1,6% dell’export moda italiano, che si attesta a 36,9 miliardi di euro secondo il report di fine anno di Confindustria Moda. Un dato che fotografa una stagnazione strutturale del settore. Ma il numero racconta solo metà della storia. Dietro questa cifra si nasconde una frattura netta: da un lato, agenzie di produzione e marchi che dipendono da un’unica geografia manifatturiera; dall’altro, operatori che hanno saputo costruire una rete di fornitori distribuita tra paesi diversi, geograficamente distanti, con expertise complementari. La differenza tra chi cresce ancora e chi precipita è qui.
Marco Vacalebre, titolare di New Vadimar, buying office, agenzia di produzione e trading internazionale con base a Carpi, conosce questa dinamica da dentro. Trent’anni di operazioni quotidiane in Italia, Cina, India e Turchia, oltre a un libro scritto nel 2022 — L’Intuzia — che racconta l’evoluzione e il declino del tessile italiano con una prospettiva rara: quella di chi ha visto gli impianti trasformarsi, i distretti contrarsi, ma anche le opportunità di chi sapeva leggere per tempo il cambio di scenario globale.
“La contrazione non colpisce in modo uguale“, spiega Vacalebre. “Chi ha costruito filiere rigide, concentrate in Cina o in una sola zona d’Italia, sta subendo doppiamente: da un lato il rallentamento dei consumi europei e americani, dall’altro la pressione sui margini dovuta ai dazi, alla volatilità dei trasporti, alle normative sulla tracciabilità che vengono sempre più stringenti. Ma chi ha diversificato? Non sente la stessa pressione“.
La mappa del nuovo equilibrio: oltre il vincolo cinese
La tendenza globale verso il “China Plus One” non è una novità di comunicati stampa. È realtà operativa. Le esportazioni vietnamite di tessile e abbigliamento hanno chiuso il 2025 a circa 46 miliardi di dollari, in crescita del 7% su base annua, mentre l’export cinese di abbigliamento verso gli Stati Uniti è calato dell’11,4% nei primi undici mesi dello stesso anno. Bangladesh e India emergono come hub alternativi. Ma c’è un dettaglio che sfugge ai commentatori: non basta saltare da Pechino a Dhaka per risolvere il problema.
“India e Turchia non sono alternative a basso costo della Cina”, sottolinea Vacalebre. “Hanno ecosistemi manifatturieri diversi, competenze specifiche, tempi di produzione differenti, standard di qualità che richiedono relazioni solide“. Qui entra in gioco il fattore che non appare nei fogli Excel: la relazione. Un’agenzia di produzione che conosce i fornitori turchi da anni, che ha scelto partner indiani affidabili, che ha impostato processi di controllo qualità adeguati a ogni geografia, non è semplicemente un’azienda. È un’infrastruttura.
New Vadimar ha presenze consolidate in tutti e quattro questi paesi. Non per caso. “Negli anni 2000,” ricorda Vacalebre, “abbiamo iniziato a diversificare perché vedevamo il rischio di concentrazione. Oggi questa scelta rappresenta un vantaggio competitivo tangibile. I nostri clienti, brand europei e americani, sanno che se un’economia rallenta, noi possiamo reindirizzare volumi verso un’altra filiera senza compromettere qualità o tempistiche“.
La tracciabilità come tornante competitivo
Il Digital Product Passport europeo, obbligatorio dal 2027, introdurrà un nuovo standard di trasparenza sulla filiera tessile. Per marchi e agenzie di produzione con catene lunghe e opache, sarà un problema serio. Per chi opera con una governance consapevole della supply chain, diventa punto di forza.
“La normativa UE non è un carico amministrativo“, dichiara Vacalebre. “È la codifica di quello che i clienti premium già chiedono: sapere dove è stato prodotto ogni capo, in quali condizioni, con quale impatto ambientale. Chi ha filiere ramificate ma gestite con trasparenza ha meno da temere“.
Questo spiega perché il declino del tessile italiano non è una tragedia inevitabile. È una selezione. Gli operatori che continueranno a sopravvivere, e a crescere, saranno quelli capaci di posizionare il Made in Italy non come risposta a un problema di costo, ma come garanzia di design, qualità, tracciabilità e gestione relazionale complessa. Il resto finirà per comprimere ulteriormente i margini fino al collasso.
C’è poi un nodo politico che il settore non può più ignorare. Le Istituzioni dovrebbero intervenire con leggi ad hoc, non per disincentivare la delocalizzazione di chi ha le capacità economiche per costruire filiere internazionali strutturate, ma per sostenere concretamente la piccola manifattura italiana — quei laboratori e artigiani che rappresentano l’ossatura autentica del Made in Italy. La realtà operativa è cruda: costi di audit e certificazione insostenibili per le piccole realtà, una burocrazia che dilata le tempistiche fino a rendere impossibile competere. Senza incentivi mirati, la selezione di mercato si trasforma in estinzione di un patrimonio industriale che, una volta perduto, non si ricostruisce.
“Chi muore oggi“, conclude Vacalebre, “non muore perché fa tessile in Italia. Muore perché non sa raccontare perché il tessile italiano vale, e non sa governare una filiera globale. Sono due cose diverse“. Per approfondire l’expertise di sourcing internazionale e buying office di Marco Vacalebre: New Vadimar.

