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Economia

Il Presidente Napolitano sceglie i dieci saggi che avranno il compito di “preparare il terreno” per il prossimo Governo. Ovviamente si scatena l’ennesima polemica. Mancano in effetti donne e giovani, sono inclusi invece parlamentari e uomini delle Istituzioni d’innegabile esperienza ed equilibrio. In un recente articolo de Il Mondo è emerso che, nei prossimi mesi, saranno rinnovati i membri di circa 90 Consigli di Amministrazione delle aziende e organizzazioni più importanti e rappresentative del nostro Paese.

Entrambe le situazioni sono occasioni di approfondimento per capire come e con quali criteri nel nostro Paese viene scelta la classe dirigente. Una prima considerazione è che si parla tanto di quote rosa e molto meno di quote giovani. Personalmente non sono particolarmente favorevole al concetto di “quote”, ma mi sembra sintomatico del fatto che tra i giovani prevalga, nella peggiore ipotesi, una scarsa fiducia nei propri mezzi; nella migliore, una spiccata sensibilità, che impedisce loro di ostinarsi a difendere i propri interessi di categoria in battaglie fini a se stesse. D’altra parte, le proteste dei più anziani, che giudicano i giovani inadeguati e incapaci di prendersi responsabilità possono essere lette come un tentativo di conservazione della realtà e di freno al cambiamento.

Più attive sono le proteste a favore delle quote rosa. Ma davvero una maggiore presenza femminile - intesa in termini meramente quantitativi - potrebbe condurre l’Italia fuori dalla crisi e renderla un Paese più giusto e moderno? Se lo scopo è inserire nei Cda delle aziende o nel prossimo Governo le persone migliori, in grado di costruire un futuro più brillante, credo non si possano escludere fattori qualitativi. Nominare una nuova classe dirigente è una straordinaria opportunità per innestare energie, competenze e risorse innovative nella struttura economica del nostro Paese. Ma in che modo? A mio parere, è in atto un preoccupato tentativo di conservazione, che sfocia al massimo in un timido cambiamento, molto guidato, per paura di commettere errori irreparabili. Eppure il cambio di marcia necessario per far ripartire il Paese dovrebbe essere molto marcato, date le condizioni in cui si trova.

Le idee nuove fanno paura, magari perché poco ortodosse o poco praticate in passato, e vengono soffocate sistematicamente nel dibattito, non dopo discussioni e confronti costruttivi, ma a prescindere. Per fare un esempio, gli attuali criteri di merito per accedere ad un Cda sono troppo legati all’esperienza pregressa in ruoli simili, alle referenze accumulate e all’appartenenza dei soggetti ad un network legato alla Proprietà dell’azienda o a chi effettua la scelta.

In un Paese che non cresce però e con tante aziende che non brillano per i loro risultati, potrebbe non essere saggio continuare ad affidare aziende e Istituzioni esclusivamente a quanti hanno esperienze pregresse in quel medesimo ruolo o – peggio – a coloro che sono supini alle esigenze della Proprietà. Non basta sostituire i membri anziani con giovani e donne per il semplice fatto che appartengono a queste categorie. Probabilmente una scelta del genere porterebbe ad una qualche forma di cambiamento e innovazione, ma proporrei di mettere in secondo piano il criterio dell’esperienza, affiancandolo in qualche modo alla capacità progettuale, ai valori e al desiderio di contribuire alla crescita delle aziende e del Paese, magari con proposte meno usuali e più innovative.

La presenza dei giovani o delle donne non può essere una garanzia di per sé, presuppone però la volontà di cambiare mentalità, di introdurre innovazione e freschezza, anche a costo di qualche rischio, pur di uscire dalla situazione attuale. Ciò che fa paura nella selezione di uomini o donne per i Cda o per incarichi di governo non è la questione delle pari opportunità né le caratteristiche anagrafiche. Ciò che fa paura è il nuovo, l’imprevedibile, il diverso. Perché chi ha il timone, ha paura di non avere autorevolezza al di fuori della sua autorità.

Il problema è che gli uomini e le donne del passato, già abituati al Potere, tendono a riprodurre schemi e idee che si adattavano a un mondo economico, sociale, istituzionale, politico e tecnologico che non esiste più. Le tradizionali vie della conservazione rischiano di portarci ad un lento e inesorabile declino, che va ben oltre una stasi inevitabile ed evidente. Non dovranno essere valutati banalmente fattori legati alle quote – rosa o giovani – nelle nomine ai futuri Cda. Sarà invece fondamentale che le persone, a prescindere dall’età anagrafica o dal sesso, portino con sé una forte voglia di cambiamento, un invincibile desiderio di fare, di progettare, di guardare al futuro. Non sarebbe di alcuna utilità che negli elenchi comparissero giovani e donne come semplici “prestanome” della classe dirigente attuale, perché sarebbero solo marionette. Il Paese ha bisogno non solo di volti nuovi, ma di idee innovative, forti e di azioni concrete.

Nicolò Boggian

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