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Economia

Di Antonio Galdo

 

Nel lungo elenco delle opere inutili e sprecone, ci sono fantasmi che compaiono, scompaiono e riappaiono. Sempre e solo spendendo un fiume di denaro pubblico. Come nel caso della Scuola per l’aggiornamento dei magistrati, di cui si parla dagli anni Ottanta e che un tempo veniva gestita direttamente dal Csm attraverso i singoli distretti giudiziari.

La svolta arriva nel 2005, governo Berlusconi, quando si decide di fare una Scuola per la formazione delle toghe a tutti i livelli: dagli uditori giudiziari ai magistrati in tirocinio, fino ai capi ufficio ed a quanti sono destinati a lavorare presso organismi internazionali. Una bella idea, che però immediatamente si scontra con il criterio della lottizzazione politica: tutti vogliono la sede, e così le scuole dei magistrati diventano tre. Una a Bergamo, in quota Lega, una seconda nel Lazio, in quota Forza Italia, e la terza in Calabria, a Catanzaro, su pressione di deputati e senatori eletti in quella circoscrizione.
 
Passa un anno di trattative e arriva il governo Prodi che decide di sostituire Latina con Firenze, lo chiedono gli esponenti del Pd, e Catanzaro con Benevento, su sollecitazione del ministro della Giustizia dell’epoca, Clemente Mastella. Nuova riffa, e questa volta si passa dallo scontro politico alle carte bollate con ricorsi che viaggiano tra il Tar e il Consiglio di Stato. Intanto però si aprono i cantieri delle fantomatiche scuole per i magistrati, e si spendono 2 milioni di euro a Catanzaro per attrezzare il settecentesco Palazzo Doria e 5 milioni a Benevento per mettere a posto l’ex caserma Guidoni.

Quando arriva il governo Monti, con il ministro Paola Severino, si fa un passo indietro e si torna alle origini: nel nome della spending review la sede della Scuola dei magistrati sarà unica, e le altre due vengono soppresse. La scelta ricade sulla sede di Firenze (costo dei lavori: 22 milioni di euro) che ogni anno ingoia 15,8 milioni di euro tra corsi, rimborsi spese e personale amministrativo. Una cifra enorme, che lo stesso Consiglio superiore della magistratura e l’Associazione nazionale dei magistrati giudicano eccessiva.
 
Ma il taglio della Severino è solo virtuale, perché intanto a Benevento i lavori della ex caserma sono stati ultimati, e poco conta se poi la struttura è restata vuota. Mentre a Bergamo la beffa è doppia: perché intanto lo Stato, fino al 2016, deve versare alla Curia arcivescovile i canoni di affitto di quella che doveva essere una delle tre sedi della Scuola. Ora, provate a fare le somme e scoprirete che in Italia abbiamo speso quasi 100 milioni di euro per fare una cosa giusta, la Scuola dei magistrati, nel modo più sbagliato possibile e con tempi biblici, circa trent’anni. Sono queste le spese da tagliare per trovare risorse: o no, ministro Cancellieri?

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scuola magistratispending reviewsprechi
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