C’era una volta l’usanza di scambiarsi sotto l’albero di Natale ricchi doni e, per chi poteva, gioielli in oro e pietre preziose. Ma la lunga corsa dei prezzi dei metalli preziosi da un lato e il calo della ricchezza netta delle famiglie italiane dall’altro (che in gran parte resta investita in immobili ed è dunque molto poco liquida) ha fatto cambiare abitudini a molti, facendo emergere persino materiali “poveri” come acciaio e rame allo status di gioielli.
Le ricorrenti tensioni geopolitiche hanno tuttavia continuato a sospingere al rialzo le quotazioni dei preziosi fino almeno a un paio d’anni or sono, quando bruscamente la tendenza si è invertita, complice le attese per una graduale “normalizzazione” della politica monetaria statunitense: tassi più alti sul dollaro vogliono infatti dire dollaro tendenzialmente più forte e prezzi, a parità di ogni altro fattore, in calo (dato che i metalli preziosi vengono prezzati appunto in dollari).
Non solo: tassi più elevati servono alle banche centrali per mantenere l’inflazione sotto controllo e se a questo aggiungete il crollo delle quotazioni petrolifere registrato da inizio luglio ad oggi, è chiaro che è difficile pensare che oro, argento, platino o palladio possano veder schizzare al rialzo le loro già ragguardevoli quotazioni, dato che questo tipo di investimenti performa molto male in uno scenario deflazionistico come quello che continua a minacciare la maggior parte delle economie sviluppate, in particolare in Europa.
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Se anche nel 2015 non sembra il caso di scommettere troppo sull’oro, che dai poco più di 400 dollari l’oncia del 2004 ha toccato un picco storico di 1.900 dollari nell’autunno del 2011 per poi iniziare una graduale discese sino al 1.200 dollari circa attuali (ma i prezzi forward fanno prevedere un calo attorno a 1.100 dollari l’oncia nel prossimo trimestre, a 1.050 in quello successivo e a 1.000 nel terzo trimestre del 2015) alcuni analisti come quelli di Societe Generale segnalano che le cose potrebbero andare meglio per il palladio, che a breve termine probabilmente perderà quota come tutti gli altri metalli preziosi ma potrebbe poi ripartire grazie alla crescita della domanda di automobili in Cina, Giappone e Stati Uniti (oltre che in Europa), un’industria che sta aumentando la sua domanda di palladio (e di platino) per utilizzarlo nelle marmitte catalitiche.
E visto che il 70% della domanda mondiale di palladio dipende da questo utilizzo, più che non dalla gioielleria o dall’accumulo di riserve presso le banche centrali come capita per l’oro (con tutti i rischi che ne conseguono nel momento in cui le banche stesse decidono di venderne una parte per pilotare i cambi, come nel caso della Svizzera e come potrebbe fare anche la Russia secondo alcuni), la crescita della domanda mondiale di autovetture catalizzate è un tema di lungo periodo che gioca a favore del palladio (e del platino), che dovrebbe dunque tornare a salire già nel corso del prossimo anno, sganciandosi dall’oro.
Ma se voleste scommettere sul palladio come potreste fare? Escludendo acquisti diretti del metallo, potete molto più semplicemente investire sull’ Etfs Physical Palladium emesso da Etfs Metal Securities Ltd il cui obiettivo è quello di replicare l’andamento del prezzo “spot” del palladio al netto di commissioni di gestione pari allo 0,49% annuo, con un prezzo per Etf pari approssimativamente a un decimo del prezzo “spot” di un’oncia di palladio calcolato in dollari statunitensi.
Luca Spoldi
