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Economia

Di Tito Boeri, Fabrizio Patriarca e Stefano Patriarca - da www.lavoce.info

IL DISTACCO TRA PENSIONI E CONTRIBUTI

Nel corso del dibattito alla Camera sui tagli alle cosiddette “pensioni d’oro”, più voci hanno sostenuto che non è possibile attuare un provvedimento perequativo come quello prospettato a più riprese su questo sito perché non sarebbe possibile valutare in che misura le pensioni oggi percepite si discostano dai contributi versati nell’intero arco della vita lavorativa. Non rimarrebbe perciò che “colpire nel mucchio”, come accade con gli interventi arbitrari previsti dalla Legge di stabilità, che vanno a tagliare alcune pensioni indipendentemente dai contributi versati, portano a risparmi irrisori (dell’ordine di qualche decina di milioni) e, come gli interventi varati dal Governo Monti, sembrano essere fatti apposta per essere bocciati dalla Consulta.
 In questo articolo ci proponiamo di documentare che i) una operazione di equità inter e intragenerazionale è possibile e ii) potrebbe avere un rilievo significativo. È più di quanto pensavamo, perché tutte le norme approvate negli ultimi decenni di revisione dei regimi privilegiati – come quelli dei pubblici dipendenti – o dei regimi speciali nell’Inps, sono state definite e applicate in modo tale da mantenere i vecchi privilegi. È forse proprio per questo che l’Inpdap non ha trasferito all’Inps i dati sulla storia contributiva del pubblico impiego?

I DUE CRITERI DI EQUITÀ

Principi di equità distributiva e intergenerazionale legittimano interventi sulle pensioni in essere circoscritti a 1) redditi pensionistici al di sopra di un certo importo e 2) su quella parte della prestazione che non è giustificabile alla luce dei contributi versati, vale a dire la differenza fra le pensioni che si sarebbero maturate con il sistema contributivo definito dalla legge del 1995, e quelle effettivamente percepite. La condizione 1) serve a sostenere nella vecchiaia chi non ha accumulato abbastanza contributi, mentre la condizione 2) chiede qualche sacrificio in più a chi ha avuto troppo dalle vecchie regole del sistema pensionistico (o grazie a regole inapplicate ad alcuni per garantire loro una pensione più alta). Per questo, i due criteri andrebbero utilizzati congiuntamente.
 Un prelievo circoscritto a quanto avuto in più rispetto ai contributi versati eviterebbe anche effetti negativi sui contribuenti. Darebbe, infatti, un messaggio forte e chiaro ai lavoratori, quelli che pagano le pensioni agli attuali pensionati: se i vostri accantonamenti previdenziali vi danno diritto a prestazioni calcolate con il metodo contributivo (ciò che i varrà per tutti i lavoratori in Italia), non avrete nulla da temere, le vostre prestazioni future non verranno mai toccate dal consolidamento fiscale. Affermando questo principio, si potrebbe anche cogliere l’occasione per migliorare il grado di conoscenza dei lavoratori, soprattutto di quelli più giovani, sul funzionamento del nostro sistema pensionistico. E chiarendo che le loro prestazioni future verranno determinate sulla base dei contributi versati durante l’intero arco della vita lavorativa, rivalutate in base all’andamento dell’economia, i contributi non apparirebbero come “tasse”, ma come un modo di garantirsi standard di vita adeguati quando si andrà in pensione. Si avrebbero, in questo modo, gli effetti benefici sull’offerta di lavoro di un taglio del cuneo fiscale (un aumento dei salari netti) senza neanche realizzarlo.

NON È VERO CHE NON È POSSIBILE METTERLI IN PRATICA

È vero che non è possibile ricostruire le storie contributive per tutti i lavoratori dipendenti privati prima del 1974 e quelle dei dipendenti pubblici prima degli anni Ottanta. Ma il metodo contributivo previsto dalla legge Dini già prevedeva questa eventualità e l’ha disciplinata in un decreto attuativo, già ampiamente applicato dall’Inps e dall’ex Inpdap a chi è andato in pensione dopo il 1996 optando volontariamente per il contributivo, alla totalizzazione dei contributi fra gestioni diverse, e a maggior ragione viene applicato oggi, dopo la legge Fornero che ha previsto la possibilità per le donne, fino al 2017, di optare per il contributivo. Il decreto del 1997 sancisce che per liquidare pensioni contributive si possa utilizzare una stima, una sorta di “forfettone”. Si tratta di un calcolo che parte dalle retribuzioni percepite in alcuni anni immediatamente precedenti al 1995 e valuta i contributi versati sulla base delle aliquote contributive allora in vigore. Per gli andamenti medi del settore privato, quel metodo ricostruisce abbastanza bene i contributi versati. È sorprendente però osservare come anche nella definizione di come calcolare il forfettone non si sia persa l’occasione per favorire redditi alti e settori particolari, come il pubblico impiego (si veda il Comma 9).
 È perciò già possibile, per legge, definire il contributo di solidarietà sulla base dello scostamento fra pensione effettiva e contributivo ricorrendo alla formula del forfettone (volendo, si potrebbe anche migliorarlo per evitare le storture sopra accennate) per la parte di contributi antecedenti al 1996. È un modo per uniformare i trattamenti riservati a diverse categorie di pensionati.

DI QUANTO STIAMO PARLANDO?

Prendendo come riferimento lo stock di pensioni in pagamento nel 2013, si può stimare che un contributo circoscritto al solo reddito pensionistico superiore ai 2mila euro al mese (sommando tra di loro le pensioni ricevute da una stessa persona) creerebbe, tra i soli lavoratori dipendenti, una base imponibile di circa 17 miliardi. (1) Sarebbe composta da 1,7 milioni di persone, di cui 850mila di ex-dipendenti privati, 770mila pubblici e 100mila lavoratori autonomi. La sovra-rappresentazione dei dipendenti pubblici si spiega coi trattamenti di favore loro riservati nel passato e nel presente con il retributivo, anche al di là delle regole previdenziali vigenti.
 Nel caso dei lavoratori dipendenti del privato, si tratterebbe per lo più di pensionati d’anzianità, mentre le pensioni di vecchiaia sarebbero quasi tutte escluse, avendo basso o nullo squilibrio perché maturate in età molto più alte.
 Nel caso dei dipendenti pubblici, il contributo riguarderebbe anche una fetta consistente di pensioni di vecchiaia. In entrambi i casi, la platea toccata dal provvedimento sarebbe in gran parte composta da uomini, relativamente poche le donne.
 Sebbene i lavoratori autonomi abbiano squilibri più marcati dei lavoratori dipendenti (tra il 30 e il 65 per cento), hanno anche pensioni molto più basse, il che li pone in grandissima maggioranza al di sotto della soglia dalla quale si paga il contributo.
 Un contributo proporzionale del 20 per cento porterebbe a raccogliere più di 3 miliardi di euro. Importante è essere consapevoli del fatto che un contributo proporzionale, nel caso degli ex-dipendenti privati, graverebbe soprattutto sulle pensioni medie perché lo squilibrio fra pensioni effettive e metodo contributivo è minore (in percentuale) per le pensioni di importo più elevato, dato l’operare di tetti al rendimento del 2 per cento nel sistema retributivo. Tetti che invece erano – e sono – praticamente inesistenti nel settore pubblico, nonostante le aliquote fossero addirittura molto maggiori del 2 per cento.
 Potrebbe perciò essere preferibile operare con progressività, avendo aliquote che crescono con l’importo della pensione. La progressività dovrebbe però essere molto marcata (giungendo a chiedere un contributo sullo squilibrio fino al 50 per cento per le pensioni più alte) per raccogliere più di 4 miliardi di euro.
 In particolare ecco come potrebbero essere strutturate le aliquote (2):

- 20 per cento dello squilibrio su pensioni tra 2mila e 3 mila euro

- 30 per cento dello squilibrio su pensioni tra 3 mila e 5 mila

- 50 per cento dello squilibrio su pensioni superiori 5 mila

Un contributo di questo tipo darebbe un gettito di circa 4,2 miliardi.
 La riduzione dei trattamenti pensionistici si aggirerebbe mediamente tra il 3 e il 7 per cento delle pensioni complessive, quindi non si tratta affatto di intervento draconiano. La tabella qui sotto presenta gli effetti medi ma indicativi per fasce di reddito. Per intenderci, la mancata indicizzazione delle pensioni negli ultimi due anni ha portato a una loro riduzione in termini reali attorno al 4 per cento.
 L’unico caso in cui il taglio è marcato è quello degli ex dipendenti pubblici con pensioni superiori ai 6mila euro. Qui il contributo può salire fino a oltre il 10 per cento della pensione.
 Complessivamente, questo intervento chiede a solo il 10 per cento dei pensionati che hanno un reddito più alto, e che possiedono il 27 per cento del totale delle pensioni, un contributo medio pari a meno di un quarto di quanto non è giustificato dai contributi che hanno pagato. Ciò riduce solo in parte il mare magnum delle iniquità presenti nel nostro sistema previdenziale. Ma forse farà sentire, per una volta, i padri più vicini ai figli.

(1)     Da notare che le stime utilizzano il calcolo forfettario previsto dalla legge 335 che prescrive di fare riferimento a una “presunzione media di montante contributivo ante 95”, che è più favorevole rispetto a un calcolo analitico sugli effettivi contributi pagati. In altre parole, se ci fossero tutti i dati sulle storie contributive, lo squilibrio e base imponibile sarebbero più alte.
(2)     Mettendo un accorgimento tecnico per evitare l’effetto “scalino”.

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