Le notizie che arrivano sia dagli Stati Uniti che dall’Iran non sono affatto rassicuranti. Trump da una parte, stufo di aspettare le decisioni di Teheran, sta valutando un nuovo attacco e il regime dall’altra non intende trattare sul nucleare. Una situazione di stallo che provoca conseguenze immediate sul prezzo del petrolio, toccato il nuovo massimo dall’inizio della guerra. Sale ancora il prezzo del petrolio. Il Brent con consegna a giugno ha superato i 120 dollari al barile nelle contrattazioni asiatiche, a causa delle preoccupazioni per una possibile estensione del blocco dello Stretto di Hormuz dovuta allo stallo dei negoziati tra Iran e Stati Uniti.
Secondo il quotidiano britannico Financial Times, il Brent ha raggiunto il suo prezzo più alto dal 2022: per l’esattezza, 120,81, più 2,78%. Dall’inizio della guerra tra Usa, Israele e Iran, il 28 febbraio, il prezzo del barile è aumentato di oltre il 62%; dall’inizio dell’anno, l’incremento è stato di quasi il 94%. Ieri, a 61 giorni dall’inizio dell’offensiva, le tensioni sono nuovamente aumentate dopo che la Repubblica islamica ha minacciato “azioni militari senza precedenti” se gli Stati Uniti non cesseranno le operazioni navali e non sbloccheranno lo Stretto di Hormuz. Troppi due mesi di blocco delle navi, l’impennata apre a prospettive preoccupanti. Si attende la reazione dei mercati, se non riusciranno ad assorbire il colpo si aprirà una crisi energetica con pochi precedenti nella storia. Il rischio è quello di tornare alle gravi problematiche registrate nel 1973. La storia si ripete, tutto iniziò proprio dal blocco prolungato del canale di Suez.

