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Economia

Di Maurizio Zipponi*

L'amministratore delegato di ENI, Paolo Scaroni, intervenendo a Washington all'Atlantic Council' sugli effetti dei nuovi scenari mondiali dell'energia sulla manifattura, sul commercio e sull'occupazione, ha posto questioni fondamentali per il futuro del nostro continente accompagnate da proposte interessanti e concrete. È evidente che l'ingresso sul mercato dello"shale-gas" americano, estratto dalle rocce del sottosuolo, cambia tutto, ma proprio tutto, nelle dinamiche della divisione internazionale del lavoro che diventa immediatamente geopolitica. Per prima cosa gli USA passeranno entro due anni da importatori ad esportatori di gas metano. Per la loro economia il costo del gas sarà inferiore al nostro del 70% mentre l'energia prodotta costerà il 50% in meno con una drastica riduzione delle emissioni di CO2 rispetto alle nostre centrali a carbone. Gli USA giocano due assi di picche: costo dell'energia e massimo di tecnologia nei processi produttivi e nei prodotti, a partire da nuovi materiali ricavati anche da ricerca e brevetti militari.

Le conseguenze di tutto ciò sono davanti ai nostri occhi: gli americani stanno facendo ripartire la loro manifattura creando aziende e nuovi posti di lavoro. Gia ora non sono pochi gli imprenditori italiani che stanno spostandosi li. Questa e' la loro risposta all'ubriacatura finanziaria degli ultimi vent'anni,che dal danaro,cioè carta,generava denaro,cioè altra carta. Comincia a prevalere "Main street a Wall street", la finanza torna al servizio dell'economia reale,della ricerca e dei brevetti nei luoghi dove si genera innovazione. Da noi in Europa, e in particolare in Italia, tutto ciò non accade; siamo fermi, con rischi evidenti per la stabilità sociale. Scaroni afferma che non sarà l'importazione dello shale-gas americano a risolverci il problema, perché tra liquefazione, trasporto e rigasificazione verrebbe comunque a costarci il doppio. Eppure e' li, sul costo dell'energia e sulla sua compatibilità ambientale che si gioca il destino di un paese manifatturiero come il nostro.Tanto è vero che il costo del lavoro incide per quote relative: ad esempio sulla costruzione di un'auto vale il 7-8%. Non convince nemmeno il ritorno al nucleare per il costo totale della filiera,compreso quello per lo smaltimento delle scorie. Mentre e' giusto e saggio pensare strategicamente che nel medio e lungo periodo gli interessi dell'Europa coincideranno sempre più con quelli dei nostri fornitori,come la Russia e il Nord-Africa Algeria,Egitto,Libia). Essi hanno materia prima in abbondanza,destinata a ridursi nel prezzo per l'arrivo dello shale-gas,mentre noi abbiamo giacimenti enormi di capacità di fare-trasformare-inventare che sono tutti già a disposizione nelle nostre imprese.

Per reagire alla crisi siamo all'avanguardia in molte filiere agricole; abbiamo spinto per innovare il processo produttivo e rendere flessibili gli impianti. Made in Italy non è un'etichetta ma per quei mercati e' ancora una certezza di qualità. Qui sta lo scambio: materia prima competitiva nel prezzo e forniture di prodotti per quei cittadini che sono usciti dalla povertà e vogliono beni di consumo di valore. In questo scambio ci possiamo guadagnare molti posti di lavoro perché si conquistano mercati nell'ambito di relazioni stabili e durature. Non si tratta di delocalizzare ma di aumentare i volumi prodotti,di creare joint venture,di occupare nicchie nel mercato della qualità per il Made in Italy. Se a tutto ciò aggiungiamo la capacità del risparmio e dell'efficienza energetica entriamo nel campo del possibile e del realizzabile per parlare seriamente di uscita dalla crisi. Le proposte di Scaroni sono un'apertura d'orizzonte. Sarebbe bello se un Consiglio dei Ministri fosse dedicato a questi aspetti,per condividerli o confutarli, ma almeno avremmo tutti la sensazione di respirare aria nuova,cioè di parlare del nostro futuro.

*Esperto economia e lavoro

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