La borsa di Milano è sempre stata un circolo esclusivo, dominato da pochi grandi banche, gruppi industriali e famiglie di imprenditori. Ma negli ultimi anni, complice sia il passaggio generazionale sia le trasformazioni avvenute in molti settori dell’economia italiana e mondiale, alcuni nomi nuovi si sono affermati, vedendo le loro imprese scalare la classifica delle medie e grandi capitalizzazioni del listino italiano.
Il settore più “ricco”, in tutti i sensi, rimane uno di quelli tipici del “made in Italy”, ossia la moda: tra i nuovi re di denari un posto d’onore va a Remo Ruffini, la cui Moncler con oltre 6 miliardi di capitalizzazione può a ragione dirsi il più importante “unicorno” sbarcato in questi anni a Piazza Affari, ma anche la famiglia Ferragamo non può lamentarsi, visto che il loro impero in borsa vale circa 3,97 miliardi e come nel caso del gruppo di Ruffini è entrato a far parte dei titoli dell’indice S&P Mib.
Nello stesso indice è presente un altro volto emergente di Piazza Affari legato alla moda, Federico Marchetti, ex analista finanziario di di Lehman Brothers e Bain & Co. che con la sua Yoox Net a Porter “vale” ormai oltre 3 miliardi di euro di capitalizzazione, mentre il re del cashmire, Brunello Cucinelli, che col suo marchio sfiora gli 1,85 miliardi, per ora resta fuori dal paniere dei 40 principali titoli della borsa di Milano.
I Vacchi non sono proprio un nome “nuovo” per Piazza Affari, visto che con Ima (fondata nel 1961 da Andrea Romagnoli e rilevata dalla famiglia Vacchi nel 1963), leader mondiale nella progettazione e produzione di macchine automatiche per il processo e il confezionamento di prodotti farmaceutici, cosmetici, alimentari, tè e caffè, sono presenti in borsa sin dal 1995. Ma la recente quotazione della controllata Gima TT (macchine per il confezionamento delle sigarette) ha riacceso i fari su di loro, complice una capitalizzazione che è che ormai sfiora i 4,5 miliardi complessivi (3,12 miliardi per Ima, 1,37 miliardi per Gima TT).
Più discreti finora sono stati i Rizzante: Mario, ex studente lavoratore di Fiat, fondò Reply a Torino nel 1996 assieme ad alcuni ex manager del settore Information Technology, la figlia Tatiana ha poi preso in mano le redini del gruppo nel 2006, iniziandone l’espansione all’estero (in particolare in Gran Bretagna e Germania). Dalla quotazione, avvenuta nel 2000 sul segmento Star, a fine 2016 il fatturato è così cresciuto da 33,3 a 780,7 milioni di euro, mentre la capitalizzazione sfiora ormai gli 1,8 miliardi di euro.
La vittoriosa guerra per il controllo di Rcs Mediagroup, premiata dal mercato visto che rispetto a 12 mesi fa il titolo registra un rialzo di circa il 40%, ha portato anche Urbano Cairo a superare la soglia del miliardo di euro di “valore” in borsa, visto che la sua Cairo Communication capitalizza oltre 560 milioni di euro mentre l’editore del Corriere della Sera capitalizza altri 693 milioni.
Ultimo ma non meno importante tra i volti nuovi di Piazza Affari è Giovanni Tamburi: banchiere d’affari di lungo corso, essendo attivo nel settore finanziario fin dal 1977 nel gruppo Bastogi e poi dal 1980 al 1991 in Euromobiliare, Tamburi nel 2000 ha dato vita a Tamburi Investment Partners (Tip), raccogliendo i primi 100 miliardi di lire da investire in società in forte sviluppo pronte a capitalizzare sulle nuove tecnologie.
Sbarcato in borsa nel 2005, Tip ha poi investito sia in società quotate come Amplifon, Be, Digital Magics, Fca, Ferrari, Hugo Boss, Interpump, Prysmian e la stessa Moncler, sia in società non quotate (alcune delle quali potrebbero nei prossimi mesi o anni debuttare sul listino italiano) come Eataly, Talent Garden, Furla, Azimut Benetti, Dedalus, Octo e Alpitour World, promuovendo nel 2006 Second Tip, prima società italiana (posseduta al 100%) operante nel mercato secondario del private equity.
La capitalizzazione di Tamburi è al momento di poco inferiore al miliardo di euro, ma vista la ricchezza del suo portafoglio di investimenti e il “track record” fin qui ottenuto, non è improbabile che possa superare tale soglia nel prossimo futuro. Così anche il “banchiere degli unicorni” italiani diverrà a pieno titolo un “unicorno” lui stesso.

