Pil, Tognoli (CFO SIM): “La crescita c’è, ma resta fragile”. L’analisi dopo i nuovi dati Istat
L’economia italiana continua a crescere, ma senza accelerare. Secondo la stima preliminare diffusa dall’Istat, nel secondo trimestre del 2026 il Pil è aumentato dello 0,2% rispetto ai tre mesi precedenti e dell’1% su base annua. Un dato che ha spinto l’Istituto di statistica a rivedere al rialzo la crescita acquisita per l’intero anno, portandola dallo 0,6% allo 0,8%. A sostenere l’espansione sono soprattutto i servizi, mentre industria e agricoltura restano in difficoltà, in un contesto ancora segnato dall’incertezza internazionale, dai costi energetici elevati e da una domanda estera debole.
I numeri fotografano un’economia che mostra capacità di tenuta, ma sollevano anche interrogativi sulle prospettive dei prossimi mesi e sulla solidità della ripresa. La crescita è destinata a consolidarsi oppure il rallentamento di alcuni comparti rischia di frenare il Paese? E quali dovrebbero essere le priorità del governo per rafforzare il sistema produttivo e sostenere uno sviluppo più duraturo?
A fare il punto è Antonio Tognoli, economista e responsabile Macro Analisi di CFO SIM, che ad Affaritaliani spiega: “Non è un boom, ma nemmeno un segnale di declino. È una tenuta dignitosa in acque agitate”.
L’Istat stima una crescita del Pil dello 0,2% nel secondo trimestre e ha rivisto al rialzo la crescita acquisita per il 2026 allo 0,8%. Come interpreta questi dati? Possiamo considerarli il segnale di un’economia che si sta riprendendo oppure restano elementi di fragilità?
“Questi numeri sono moderatamente positivi – soprattutto alla luce del contesto economico attuale – e superiori alle attese, visto il conflitto in Medio Oriente e i rincari energetici. Un +0,2% nel secondo trimestre (dopo il +0,3% del primo) e un +1% tendenziale rappresentano un rallentamento lieve ma non un crollo e la revisione della crescita acquisita per il 2026 allo 0,8% (da 0,6%) è una buona notizia, perchè significa che, anche se nei prossimi mesi crescessimo zero, chiuderemmo l’anno meglio di quanto previsto il trimestre scorso.
La domanda è se possiamo parlare di ripresa. Beh, in parte sì, perché l’economia italiana sta dimostrando resilienza e sta facendo meglio di molte previsioni degli analisti. La domanda interna tiene e i servizi spingono. Però non è una ripresa entusiasmante. La crescita resta moderata, il ritmo si è un po’ raffreddato rispetto al primo trimestre e ci sono squilibri evidenti. Rimangono elementi di fragilità importanti, come la dipendenza da certi settori e l’esposizione a shock esterni. Non è quindi un boom, ma nemmeno un segnale di declino. È una tenuta dignitosa in acque agitate”.
Perché la crescita è trainata quasi solo dai servizi, mentre industria e agricoltura calano? Quali sono i rischi nel medio periodo?
“La divergenza è piuttosto netta e tipica di questo periodo. I servizi (turismo, ristorazione, servizi professionali, ecc.) beneficiano della domanda interna ancora solida, del recupero dei flussi turistici stranieri e di una minore sensibilità diretta ai costi energetici. L’industria soffre invece per i rincari di petrolio e gas, per l’incertezza geopolitica che frena gli investimenti e per una domanda estera debole. L’agricoltura risente probabilmente di fattori stagionali, climatici e di costi di produzione elevati.
Questa divergenza si spiega con la struttura della nostra economia, dove i servizi sono più “domestici” e resilienti nel breve termine, mentre manifattura e agricoltura sono più esposte ai mercati internazionali e ai prezzi delle materie prime. Per quanto riguarda i rischi, non possiamo non dire che nel medio periodo sono reali. Se l’industria continua a perdere colpi, rischiamo una deindustrializzazione relativa, con effetti negativi su produttività complessiva, export, innovazione e salari medi (molti servizi hanno produttività più bassa).
L’economia diventerebbe troppo dipendente dal turismo e dai consumi interni, che sono più vulnerabili a shock sui redditi reali o a rallentamenti della fiducia. Nel medio periodo questo potrebbe tradursi in una crescita più debole, meno inclusiva e con divari territoriali accentuati. Serve un riequilibrio importante, un punto di discontinuità, altrimenti la struttura produttiva si “alleggerisce” troppo”.
Alla luce di questi dati, quali sono le sue aspettative per la seconda parte del 2026? E quali dovrebbero essere le priorità del governo per sostenere una crescita più robusta e duratura?
“Per la seconda metà dell’anno ci aspettiamo una crescita moderata e cauta. La base acquisita allo 0,8% è un buon punto di partenza e molti analisti stanno rivedendo le previsioni al rialzo (verso 0,7-0,9% per l’anno). Tuttavia, è probabile che il profilo sarà discontinuo. I prezzi energetici ancora alti, l’incertezza geopolitica e una possibile prudenza degli investimenti (causa aspettative di aumento dei tassi) potrebbero pesare, soprattutto sull’industria. Se il conflitto si stabilizza, potremmo invece vedere un piccolo rimbalzo. Viceversa, la seconda parte dell’anno rimarrà decisamente debole.
Riguardo il governo, riteniamo che le priorità debbano essere indirizzate ad una crescita più robusta e duratura, che significa sostenere l’industria con misure sul costo dell’energia, accelerazione degli investimenti del PNRR, semplificazioni e politica industriale mirata sulle filiere strategiche. Occorre alzare la produttività investendo su formazione, innovazione, digitalizzazione e attrazione di capitali esteri.
Ma anche ridurre il cuneo fiscale e sostenere i redditi delle famiglie per mantenere vivi i consumi senza gonfiare il deficit. E non dimentichiamo il risanamento dei conti pubblici, ma in modo intelligente (spending review, lotta all’evasione, efficienza della PA) per guadagnare credibilità sui mercati e liberare risorse. Last but not least, diversificare le fonti energetiche e rafforzare la resilienza delle catene di fornitura.
In altre parole, occorre capitalizzare la resilienza attuale per affrontare i nodi strutturali, che si chiamano troppa dipendenza da alcuni settori, produttività bassa e vulnerabilità esterna. Se si agisce in questa direzione, il 2026 può essere l’anno di transizione verso una crescita più solida per gli anni a venire. Altrimenti, rischiamo di accontentarci di una crescita “a singhiozzo”, come abbiamo purtroppo già visto negli scorsi anni”.

