Lo stop alla riforma costituzionale e le inevitabili quanto preannunciate dimissioni di Matteo Renzi aumentano l’incertezza che grava sull’intero comparto bancario italiano, alle prese con una delicata fase di ristrutturazione e pulizia dei bilanci. Ne paga le conseguenze anche Unicredit, che pure annunciando in apertura di giornata la scelta del colosso francese Amundi come unico candidato con cui proseguire in esclusiva le trattazioni per la cessione di Pioneer Asset Management avrebbe potuto contenere ripercussioni eccessivamente negative.
In realtà a metà mattinata, con una volatilità in deciso aumento, il titolo sfiora il 4% di perdita, oscillando appena sopra i 2 euro per azione e scivolando così sotto gli 1,4 miliardi di capitalizzazione, certo non un buon viatico in vista di un aumento di capitale da lanciare tra febbraio e marzo prossimo che si cercherà di limitare a 6-8 miliardi di euro tramite cessioni e azioni di liability management ma che potrebbe superare i 10 miliardi di euro. Meglio va agli altri pretendenti tricolori, che ora escono di scena: Poste Italiane in tarda mattinata sfiorava l’1% di rialzo sopra i 5,90 euro per azione, mentre Anima Holding cedeva poco più di un punto.
Le valutazioni di Pioneer Asset Management da settimane oscillano, secondo indiscrezioni, tra i 3,2 e i 3,6 miliardi di euro, ma a far propendere per il gruppo francese, che consolida così la sua leadership europea, sembrerebbero essere state considerazioni di natura commerciale (non disponendo di una propria rete distributiva in Italia, Amundi dovrà poter continuare a far affidamento su FinecoBank e sugli sportelli Unicredit), che avrebbero prevalso sulla senso di “patriottismo finanziario” legato alla presenza di svariati miliardi di titoli di stato italiani nei portafogli di Pioneer AM, su cui pende il rischio (per ora evitato, come ha confermato una nota di Standard & Poor’s) di un futuro declassamento del rating sovrano italiano se la crisi politica dovesse ulteriormente incancrenirsi.
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Resta ora da capire se, come avevano anticipato alcune voci circolate una decina di giorni fa, Pioneer Asset Management procederà prima della cessione a pagare un dividendo straordinario attorno ai 300 milioni di euro (circa pari all’utile netto degli ultimi 12 mesi) a Unicredit e quale sarà il prezzo netto di vendita, oltre all’eventuale quota residua che Unicredit potrebbe mantenere nel capitale. Secondo i calcoli di Banca Imi, se cedesse Pioneer AM per 3,2-3,5 miliardi Unicredit rafforzerebbe il proprio capitale di uno 0,8%-0,9%, ma correrebbe il rischio di veder calare di un 10%-11% gli utili per azione del 2018. Amundi da parte sua se l’affare andrà in porto rafforzerà sensibilmente la sua presenza sul mercato italiano del risparmio gestito, dove con poco meno di 43 miliardi di masse in gestione è finora al decimo posto, mentre rilevando Pioneer AM salirebbe al terzo posto dietro al gruppo Generali e a Intesa Sanpaolo.
A livello internazionale, poi, il colosso francese consoliderebbe la sua leadership europea con oltre 1,2 triliardi di euro di masse in gestione, ma resterebbe distante da colossi come BlackRock (che a fine settembre gestiva oltre 5,1 triliardi di dollari di masse). Cosa potrà fare Amundi una volta sul ponte di comando di Pioneer AM è ancora presto per dirlo, ma gli analisti giudicano probabili sia una riduzione dei costi che potrebbe riguardare le strutture societaria, in larga parte a Dublino, sia il tentativo di spostare gradualmente le masse gestite dai fondi monetari e obbligazionari, scarsamente redditizi per la società di gestione e a “rischio” riscatto, vista la prospettiva di futuri rialzi dei tassi ufficiali negli Stati Uniti e di progressivo rialzo dei tassi di mercato anche in Europa, stante la possibilità che la Bce inizi un processo di “tapering”, ossia di rallentamento degli acquisti dei bond sul mercato (al di là del probabile sostegno contingente ai Btp italiani in questi giorni).
Luca Spoldi
