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Economia
Portafofglio, i titoli su cui puntare in vista di una stagione di fusioni e acquisizioni

Di Luca Spoldi

Euro o non euro, la crisi esplosa fin dal 2008 e poi trascinatasi sotto varie forme sino ad oggi in una parte dell’Europa sta favorendo un grande rimescolamento di carte in più di un settore. Se si aggiungono ai fattori macroeconomici le modifiche regolamentari e l’innovazione tecnologica, il quadro è completo e non può stupire più di tanto che da mesi analisti e broker tengano d’occhio i principali protagonisti del settore media (telecomunicazioni ed editoria), finanza (banche prima che assicurazioni) e industria (produttori automobilistici ma non solo) che per ora non hanno visto grandi operazioni ma presto potrebbero veder partire un’ondata di fusioni e acquisizioni a livello continentale.

Partiamo dal settore bancario: le banche del vecchio continente sono tra quelle più ricche di asset al mondo, ma anche tra le meno redditizie, con un ritorno medio sugli asset detenuti dalle banche di Eurolandia inferiore allo 0,1% contro l’1% circa delle banche statunitensi. Così, salvo una decisa crescita economica che non è per ora in vista e un altrettanto repentino rialzo dei tassi (che ugualmente appare al momento improbabile), le regole dettate dalle autorità europee per favorire un rafforzamento patrimoniale potrebbero portare presto ad una maggiore concentrazione del comparto.

Quanto alle potenziali candidate, in Italia Keefe, Bruyette & Woods ha già espresso la sua preferenza per un evuale polo Banco Popolare-Credem-Bper, che però richiederebbe tempo per essere portato a termine, mentre Fidentiis Equities scommette su Bpm vista come operò preda piuttosto che come polo aggregante come invece suggerisce da tempo la stampa italiana per la quale l’istituto sarebbe destinato a convolare a giuste nozze con Banca Carige (tuttora in attesa del via libera della Bce al proprio piano di rafforzamento del capitale), eventualmente dopo un apparentamento con Bper, Creval o Popolare Sondrio.

In Germania secondo la maggioranza degli operatori Commerzbank rimane una delle poche prede appetibili e potrebbe fare gola a concorrenti come ING Groep o Unicredit, mentre Deutsche Bank potrebbe mettere sul mercato Postbank. In Portogallo Novo Banco, nato dalle ceneri di Banco Espirito Santo, sembra interessare a Banco Santander e Banco Bpi (controllato da CaixaBank). Alla finestra per ora sembrano destinate a rimanere le banche francesi, salvo una “calata in Italia” ad esempio nell’ambito della vicenda Mps, al cui aumento da 3 miliardi Axa (partner storico e socio al 3,7% di Siena) ha fatto sapere che intende prender parte.

Nel settore dei media gli occhi sono puntati da un lato sulle mosse di Telefonica, che ha appena ottenuto il via libera dall’Antitrust brasiliano per fondere le sue attività con Gvt, finora controllata da Vivendi (a cui è andata in cambio parte della partecipazione degli spagnoli in Telecom Italia), e che starebbe per lanciare un’offerta congiunta con Oi e America Movil sugli asset di Tim Participacoes, destinati in quel caso a subire uno “spezzatino”. In Italia oltre alla vicenda Telecom Italia (che nel frattempo ha deciso di reintegrare Telecom Italia Media con un’offerta “tutta carta” per valorizzare Persidera, la joint venture nei multiplex digitali con L’Espresso, mentre mostra un rallentamento del trend negativo dei ricavi domestici sia nel fisso sia nel mobile), tengono banco i rumor di un nuovo interesse per l’eventuale fusione tra Wind e 3 Italia che darebbe vita ad un polo capace di contendere a Vodafone e Tim la leadership nella telefonia mobile tricolore.

Dall’altro lato, la fresca “manifestazione d’interesse” di Mondadori per le Rcs Libri, per quanto ancora “non vincolante” e nonostante le reazioni ostili che ha subito suscitato, conferma l’inevitabilità di un processo di consolidamento che trova la sua motivazione prima ancora che nel debito di Rcs Mediagroup (sceso dagli 850 milioni di fine 2012 a circa 500 milioni a fine 2014) e nella scarsa voglia dei soci ad aprire di nuovo il portafoglio ed eseguire l’aumento di capitale da 200 milioni di euro già a suo tempo approvato, nella modesta redditività delle attività in questione legate, oltre che ad errori manageriali come le sfortunate “campagne” di Spagna (per Rcs) e di Francia (per Mondadori), anche nella progressiva erosione della base di lettori dovuta al gap culturale dell’Italia rispetto ad altri mercati sviluppati come la Germania o gli Stati Uniti ma anche agli ancora insufficienti investimenti nello sviluppo dell’editoria digitale.

La mossa di Mondadori, che secondo alcuni analisti potrebbe ricorrere ad un aumento di capitale fino a 200 milioni di euro per evitare a sua volta di far crescere troppo l’indebitamento (attorno ai 300 milioni alla fine di dicembre), sfruttando la disponibilità del socio di controllo, Fininvest (53% del capitale), forte quasi 400 milioni di euro incassati cedendo una partecipazione del 7,79% in Mediaset, potrebbe precludere a una successiva alleanza europea con Bertellsman o Axel Springer, due colossi rispetto ai quali Segrate avrebbe necessità di “irrobustirsi” prima di mettersi al tavolo delle trattative. Bertelsmann nei primi 9 mesi dell’anno ha infatti fatturato 11,82 miliardi di euro, con un Ebitda (reddito operativo lordo ) di 1,48 miliardi e un Ebitda margin del 12,5%, mentre Axel Springer, più attiva sul digitale, si è fermata a 2,177 miliardi con un Ebitda di 364 milioni circa (ma con un margine del 16,7%). Per capirsi, Mondadori ed Rcs Libri insieme fatturerebbero circa 550 milioni di euro l’anno con una quota del 40% del mercato librario italiano (e del 25% della scolastica), ma nei primi nove mesi del 2014 insieme hanno registrato un Ebitda inferiore ai 39 milioni di euro.

Ultima ma non meno importante voce di mercato per quanto riguarda future aggregazioni europee, tra Fiat Chrysler Automobioles e Volkswagen potrebbe a breve scoppiare un “idillio”. Non è chiaro tuttavia se si andrà verso un’alleanza industriale per lo sviluppo di una specifica piattaforma, se i tedeschi torneranno alla carica per qualche marchio italiano particolarmente ricco di fascino (è noto da tempo l’interesse per Alfa Romeo, ma di recente alcuni analisti non escludono che Sergio Marchionne possa puntare ad uno scorporo anche di Maserati sulla scia di quello, già previsto, di Ferrari e questo potrebbe creare nuovo interesse attorno al marchio del tridente) o se si proverà a completare la presenza di Fca a livello mondiale magari con alleanze in Cina o su altri mercati emergenti finora rivelatisi indigesti per il gruppo italiano.

In tutti i casi sembra che, vuoi per un consolidarsi della ripresa mondiale, in particolare in Europa e in Asia, vuoi per l’appeal speculativo i titoli delle potenziali “prede” italiane nel grande gioco del risiko europeo siano destinati a veder ancora salire le proprie quotazioni. Potrebbe dunque valere la pena di scommettere su di essi, magari approfittando di qualche storno delle quotazioni legato agli incerti sviluppi della crisi greca o al periodico riacutizzarsi delle tensioni geopolitiche in Nord Africa e Medio Oriente.
 

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