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Economia

 

 

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Riassunto delle puntate precedenti: la Federal Reserve per evitare il crack delle maggiori banche e assicurazioni statunitensi dopo il fallimento di Lehman Brothers, nell'autunno del 2008, e per sostenere la ripresa economica così da far ridiscendere la disoccupazione Usa sotto la soglia del 7%, ha iniettato sui mercati in questi ultimi tre anni qualcosa come 2 mila miliardi di dollari. Poco meno hanno fatto, nel complesso, le principali banche centrali occidentali, a partire da Bank of England, Bank of Japan e Banca centrale europea, vuoi con iniezioni di liquidità direttamente alle banche più bisognose, vuoi con acquisti diretti di bond sul mercato, vuoi con tagli dei tassi.

Da qualche tempo però gli Stati Uniti registrano segnali di un rafforzamento strutturale della propria espansione economica, sul passo del 2,5%-3% all'anno in termini di crescita del Pil, mentre la crisi del settore immobiliare è alle spalle (con prezzi delle case di nuovo in salita) e le aziende sono tornate ad assumere, tanto che la disoccupazione è già calata al 7,4%. La Federal Reserve sembra dunque pronta a ridurre prima e azzerare poi i suoi acquisti di titoli di stato e potrebbe farlo, secondo un'analisi di Societe Generale, a ritmi molto più veloci di quanto finora previsto, il che potrebbe creare qualche scossone anche al di qua dell'Atlantico, dove invece il Pil dovrebbe calare dello 0,4% ancora quest'anno a livello di zona Euro (in base alle ultime stime della Bce, peraltro migliori rispetto a quelle di prima dell'estate che indicavano un calo dello 0,6% per il 2013).

Se avranno ragione gli esperti di Societe Generale, la Federal Reserve potrebbe azzerare completamente i propri acquisti di bond (finora proseguiti nell'ordine di 85 miliardi di dollari al mese) entro marzo-aprile del prossimo anno, per poi effettuare un primo rialzo dei tassi (che attualmente sono pari virtualmente a zero) a metà 2015. Entro la fine di quello stesso anno la Fed potrebbe anche smettere di reinvestire i bond che giungono a scadenza, così da "sgonfiare" il proprio portafoglio titoli e ritirare liquidità dal mercato. Per effetto di questa successione di eventi i tassi federali (Fed Funds, l'equivalente statunitense del RendiStato italiano, che a fine agosto la Banca d'Italia ha dichiarato essere pari al 3,458%) si riporterebbero attorno all'1% entro gli inizi del 2016 per poi toccare il 3,75%-4% già alla fine dell'anno successivo e arrivare attorno al 6%nel corso del 2018.

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Queste previsioni oltre a contribuire a nuove vendite di titoli sul mercato, che hanno portato il rendimento del T-bond decennale attorno al 3% (mentre i Bund sono risaliti poco sopra il 2% e i Btp italiani oscillano attorno ad un rendimento del 4,55%), stanno già facendo rialzare i tassi sui mutui oltre oceano ed il rischio è che anche in Europa e in Italia in particolare si avvicini una nuova stagione di rincari. Al momento, ad esempio, un mutuo a tasso fisso a 10 anni, per un importo di 100 mila euro, a fronte di un immobile di almeno 300 mila euro di valore, a Milano (se siete un lavoratore dipendente) può costarvi tra il 4,7% e il 6,3% di Taeg a seconda degli istituti. Se optate per un mutuo a tasso variabile risparmiate (ma rischiate di più, per i motivi suddetti): paghereste tra il 3,23% e il 3,78% a seconda dei casi.

C'è però da notare, come fanno gli analisti del Credit Suisse, che ancora in settimana Mario Draghi ha ribadito che la Bce è intenzionata a mantenere i tassi sui livelli attuali "sinché sarà necessario", ossia fin tanto che la ripresa non avrà preso forza anche in Eurolandia (e gli ultimi dati tedeschi, a sorpresa negativi in luglio sia in termini di produzione industriale sia di esportazioni, lasciano capire quanto il processo possa richiedere ancora tempo) e finché l'inflazione non sarà un problema. Quest'ultimo è un punto cruciale, quanto e più dell'andamento dello spread Btp-Bund: al momento si prevede un'inflazione media europea dell'1,5% nel 2013, destinata a calare ulteriormente (all'1,3%) nel 2014.

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