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Oro

Vi ricordate le previsioni dei maggiori esperti sull’andamento dell’oro e dei metalli preziosi alla fine dello scorso anno? Tutte generalmente ottimiste come nel caso del Credit Suisse che a ottobre 2012 sentenziava: nel 2013 il metallo biondo può toccare i 1.840 dollari l’oncia di quotazione media e l’argento i 33,10 dollari. Soffiava nelle vele dell’oro, che piaceva a gestori “storici” di Wall Street come George Soros e John Paulson, il fatto che il terzo round di allentamento monetario (“Qe3”) sembrava destinato a far ripartire l’inflazione, favorendo l’acquisto di “beni rifugio”.

Eventuali downgrade del rating Usa e gli acquisti di oro fisico da parte di Cina e India avrebbero potuto offrire ulteriori incentivi agli acquisti. E invece gradualmente qualcosa è cambiato: sempre il Credit Suisse  a inizio aprile tagliava le proprie stime sulle quotazioni medie dell’oro a 1580 dollari l’oncia per il 2013 e a 1500 per l’anno prossimo, mentre nel caso dell’argento si indicava un valore medio di 28,5 dollari per l’anno in corso.

Lo scattare di vendite sempre più consistenti sul mercato (nel frattempo si scopriva che Soros aveva liquidato le proprie posizioni negli ultimi 3 mesi del 2012 a differenza di Paulson, che però dopo aver visto calare del 25% le quotazioni del suo fondo aveva smesso di rilasciare dichiarazioni ottimistiche) e qualche dubbio sulla reale consistenza della domanda “fisica” del metallo biondo ha poi indotto gli esperti a diventare via via più prudenti, indicando prima il rischio di una correzione fino ai 1300 dollari l’oncia tra la primavera e l’estate, salvo aggiungere che nel corso del secondo semestre le quotazioni dell’oro avrebbero potuto trovare sostegno dal clima di bassi tassi d’interesse che incoraggia l’acquisto di beni rifugio.

Così, per il momento, non è stato e il Credit Suisse (non solo lui) ha continuato a tagliare le proprie stime avvertendo circa un mese fa che il prezzo medio a 12 mesi rischiava di scendere sotto i 1.100 dollari l’oncia e sotto quota mille dollari nel prossimo quinquennio. Che cosa è successo in realtà? Che nel frattempo, mentre di inflazione continua a non vedersene traccia, la Federal Reserve ha iniziato a mandare segnali della volontà di avviare un processo di “tapering”, ossia di graduale rallentamento degli acquisti di bond sul mercato. Sarebbe la fine annunciata del Qe3 (che potrebbe completarsi entro la metà del prossimo anno), a fronte di una crescita economica ancora non esuberante per un paio d’anni almeno.

Una situazione ideale per  i mercati azionari che non vedrebbero salire troppo i tassi e potrebbero sperare in una crescita degli utili, ma certamente non ideale per i metalli preziosi. Così l’oro è caduto sui 1.200 dollari l’oncia e l’argento sui 18,50 dollari. Eppure fino all’ultimo qualcuno ha creduto (e sembra tuttora credere) nelle potenzialità del metallo biondo: si tratta di Morgan Stanley che a metà marzo, pur non escludendo un cambio della politica monetaria della Federal Reserve, indicava possibile una quotazione dell’oro intorno ai 1.773 dollari l’oncia a fine 2013 e a 1.845 dollari entro fine 2014.

Una ripresa legata all’incremento dell’incertezza politica e ai forti acquisti di oro da parte delle banche centrali di cui Morgan Stanley sembra convinta visto che una decina di giorni fa ha ribadito il consiglio: comprate oro, argento e granoturco perché già quest’anno sovraperformeranno le altre materie prime.  Peccato solo che, per il momento almeno, altre materie prime come il petrolio, tornato in questi giorni sui 97 dollari al barile (attorno ai 103 dollari nel caso del Brent del Mare del Nord), sembrino godere di prospettive a breve termine migliori, specie se la Federal Reserve agirà come probabile coi piedi di piombo, per non correre il rischio di far ingolfare il motore della ripresa statunitense (e mondiale).

Così a suggerire agli investitori di non fuggire ma di approfittare della fase di stanca dell’oro sembra rimasto, tra i grandi gestori mondiali, solo Peter Schiff (responsabile di Euro Pacific Capital), che in una recente intervista a Business Insider ha fatto notare come l’oro tratti attualmente al di sotto del costo di produzione. Costo che sta salendo a causa dell’inflazione e del costo del petrolio (quella mineraria è un’industria che fa un elevato uso di energia e dieci anni fa, quando il rally dell’oro è iniziato, ricorda il gestore, il prezzo del greggio oscillava sui 12-15 dollari al barile, mentre ora è attorno ai 95 dollari al barile) e che sta portando varie compagnie minerarie a cancellare o sospendere nuovi progetti di esplorazione e sfruttamento di giacimenti che non sono redditizi con quotazioni inferiori ai 2.500-3.000 dollari l’oncia.

Un’enormità rispetto ai livelli attuali, ma Schiff pensa che non solo l’economia reale non tornerà così forte tanto presto da indurre la Fed a interrompere gli acquisti di bond sul mercato, ma che, anzi, potrebbero verificarsi nuovi rallentamenti tali da indurre la banca centrale Usa a rafforzare ulteriormente il suo Qe3. Riassumendo: Soros ha venduto, Paulson soffre e Schiff incrocia le dita, mentre gli uomini del Credit Suisse continuano a tagliare le previsioni e a suggerire di stare lontani dall’oro, al contrario di quelli di Morgan Stanley che sembrano attendersi tempi migliori e suggeriscono di comprare. Così è, se vi pare: di sicuro l’estate 2013 sembra destinata a registrare una forte volatilità anche delle quotazioni dei metalli preziosi oltre che di azioni e bond. Alla faccia dei “beni rifugio” e delle previsioni degli “esperti”.

Luca Spoldi

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